“Emilia”, uno spettacolo scritto e diretto da Claudio Tolcachir, la recensione

Emilia

EMILIA
scritto e diretto da Claudio Tolcachir

traduzione Cecilia Ligorio
con Giulia Lazzarini, Sergio Romano, Pia Lanciotti, Josafat Vagni, Paolo Mazzarelli
scene Paola Castrignanò
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
regista collaboratrice Cecilia Ligorio
Produzione Teatro di Roma

In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 23 aprile 2017

Voto: 5 su 10

Veder recitare sul palco una grande attrice come Giulia Lazzarini è un regalo, e un incanto, inestimabile. La accompagnano, in questo doloroso viaggio all’interno di una memoria familiare, altri quattro interpreti eccelsi come Sergio Romano, Pia Lanciotti, Josafat Vagni e Paolo Mazzarelli. L’occasione è lo spettacolo Emilia, scritto e diretto da Claudio Tolcachir, ora in cartellone al Teatro Argentina di Roma. Nonostante la prova recitativa assolutamente rimarchevole, però, il testo e la sua messa in scena destano più di qualche perplessità.

Prende la parola il personaggio cardine del racconto, colei che dà il titolo all’opera: Emilia (Lazzarini) è un’anziana signora che racconta direttamente al pubblico le circostanze che l’hanno portata a essere reclusa in un carcere. Mentre fa spazio tra i suoi ricordi, ci ritroviamo all’improvviso in un interno casalingo, prima solamente ipotizzato, fatto di bauli, scatoloni e cianfrusaglie; sullo sfondo si vedono una donna assente che canticchia una canzone di Tracy Chapman (Lanciotti), un ragazzo che suona lentamente uno xilofono (Vagni) e un uomo pensieroso (Romano), mentre al di fuori di questo perimetro è in attesa una terza presenza maschile (Mazzarelli). Emilia viene inghiottita da quanto la circonda: di quell’uomo assorto e nervoso era stata un tempo la bambinaia ed è felice, ora, di ritrovarlo adulto e realizzato come marito e padre. Ma il clima di finto calore umano stride con la tensione nell’aria, e gli scheletri di questa famiglia non tarderanno a ritorcersi contro l’ignara signora.

L’argentino Tolcachir ci trascina all’interno di una storia plumbea di rammarico, frustrazioni  e velate ipocrisie, che si esprime attraverso un flusso di ricordi fatto di parole, gesti e azioni che montano fino a sfiorare il parossismo. Ancora una volta si torna a riflettere sull’irreparabile meschinità dell’uomo moderno, col suo bagaglio di insicurezze e fragilità, ma su tutti si staglia il “troppo amore” di una donna dolcissima e indifesa, disposta a sacrificare sé stessa pur di coprire le colpe del suo bambino mai davvero cresciuto.

L’interpretazione di Giulia Lazzarini è superiore a ogni lode, è lei a portare avanti una narrazione, invero, faticosa e mai particolarmente originale (anche in termini di linguaggio teatrale), esasperata da nevrosi incessanti e luoghi comuni assai triti in questo genere di racconto. Il risultato assomiglia a un costante lamento, qua e là condito con blandi accenti ironici, un coro di voci in conflitto a voler rappresentare un pugno di psicologie caratteriali rigidissime e prive di un’evoluzione che vada oltre una sterile platealità. Lo spettacolo, immerso nel suo nero così compiaciuto, smarrisce sin da subito il senso del proprio discorso, per farsi null’altro che un resoconto pleonastico di dolore e ricatti morali, che si lascia ricordare solo per la presenza di un ottimo gruppo di attori, con a capo l’immensa Lazzarini, cui il pubblico ha tributato un lunghissimo applauso.

Giuseppe D’Errico

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