“Elektra”, tragedia in un atto di Hugo Von Hofmannsthal con musiche di Richard Strauss

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Allestimento Teatro Comunale di Bologna
dal Théâtre de La Monnaie / De Munt Bruxelles
e Gran Teatro de Liceu Barcelona
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

ELEKTRA
di Hugo Von Hofmannsthal

Elektra Elena Nebera (15,18,21), Elizabeth Blancke-Biggs
Klytämnestra Natascha Petrinsky
Chrysothemis Anna Gabler (15,18,21), Sabina von Walther
Aegisth Jan Vacik
Orest Thomas Hall
Pfleger des Orest (Precettore di Oreste) / Ein alter Diener Luca Gallo
Die Vertraute (La confidente) / Zweite Magd Alena Sautier
Die Schleppträgerin (Ancella dello strascico) / Vierte Magd Eleonora Contucci
Ein junger Diener (Giovane servo) Carlo Putelli
Die Aufseherin (La sorvegliante) Paola Francesca Natale
Erste Magd Constance Heller
Dritte Magd Daniela Denschlag
Fünfte Magd Eva Oltiványi

Direttore Lothar Zagrosek
Regia Guy Joosten
Scene e costumi Patrick Kinmonth
Luci Manfred Voss
Assistente alla regia Wolfgang Gruber
Maestro del Coro Andrea Faidutti

In scena al Teatro Comunale di Bologna fino al 22 novembre

Voto: 9 su 10

Non si può iniziare uno spettacolo, in questi giorni, senza ricordare la strage di Parigi, una strage che non ha toccato solo il cuore civile della capitale francese, ma anche quello culturale e musicale, facendo della sala di concerti Bataclan, una delle più famose e importanti di Parigi, teatro di un mattatoio indicibile e inspiegabile in una società civile. E così, prima che si aprisse il sipario del Teatro Comunale di Bologna per Elektra – tragedia in un atto di Hugo Von Hofmannsthal e musiche di Richard Strauss – il sovrintendente Nicola Sani ha letto un messaggio di cordoglio per le vittime e in sala è sceso un minuto di silenzio.

La tragedia inscenata sul palco è l’esempio di come il mito possa divenire una metafora sempre valida nel tempo, di sconcertante attualità, grazie al tema universale dell’odio, della vendetta, della violenza di cui l’uomo cade sempre vittima e per cui tante lotte, tante stragi, tanti assassinii sono stati compiuti. Il racconto s’incentra soprattutto sulla figura di Elektra (Elena Nebera), sulla sua sofferenza e sete di vendetta per la morte del padre avvenuta per opera della madre Clitennestra (Natascha Petrinsky) con l’aiuto dell’amante Egisto (Jan Vacik). Hofmannsthal per questa tragedia s’ispira molto all’Elettra di Sofocle: “I miti classici sono contenitori eterni in cui i poeti di ogni epoca riversano un contenuto spirituale e psichico sempre nuovo” afferma lo scrittore, enunciando il desiderio di sfruttare questa figura per indagare il mondo interiore, la psiche e le pulsioni dell’essere umano, tutto ciò reso possibile anche grazie alle scoperte di Freud, suo contemporaneo, sulla psicoanalisi.

La regia di Guy Joosten mette bene in luce le sfaccettature psicologiche dei personaggi e dà pieno vigore all’opera pensata dallo scrittore austriaco. L’ambientazione sembra quella di un carcere di regime fin dalla prima scena, quando le ancelle, vestite come kapò in divisa con kalashnikov in spalla, diventano l’emblema dello stato di terrore in cui versano i personaggi, da cui sembra impossibile sottrarsi. Anche la scenografia e i costumi di Patrick Kinmonth sono perfetti nel rappresentare il clima austero e dittatoriale che si respira.

Centrali, in questo dramma, sono le figure femminili, molto diverse tra loro grazie alla bozza psicologica ed emotiva usata dall’autore per dipingere le loro personalità. La protagonista, Elektra, è una donna impetuosa e, nonostante debba vivere nella sua casa come una schiava, costretta alle umiliazioni e alle percosse degli assassini del padre, non rinuncia alla sua sete di vendetta che la porta ad assumere anche atteggiamenti animaleschi e, proprio come un animale selvatico, lei aspetta solo di poter azzannare le sue prede. Lo spettatore assiste alla devastazione della psiche della protagonista, corrosa dall’odio causato dal male subito. Un odio che inevitabilmente la trasformerà da vittima a carnefice, in un circolo infinito di ritorsione dal quale pare che l’essere umano non riesca proprio a uscire.

In contrapposizione alla veemenza di Elektra vi è sua sorella, Crisotemide (Anna Gabler), che al contrario ha come unica ambizione quella di uscire dalla disperata situazione in cui versano e di trovare la felicità. Una felicità che non incontra il rancore ma il desiderio di esprimere la propria femminilità, anche attraverso la maternità. “Io sono donna e voglio un destino da donna”, questo è ciò cui ambisce la giovane fanciulla, avere dei figli e l’amore di un uomo e vivere una vita degna. Infine, altra figura femminile centrale è Clitennestra, la madre assassina che vive la sua vita nel vano tentativo di rimuovere il gesto compiuto. Ella rifiuta di assumersi le responsabilità dell’accaduto e lotta continuamente con i fantasmi che popolano i suoi sonni impedendole di riposare. Nel bellissimo dialogo pensato da Hofmannsthal tra madre e figlia emerge la contrapposizione tra il bisogno di onorare il ricordo del padre attraverso la vendetta di Elektra e il desiderio di rimuovere il misfatto di Clitennestra e cancellare quei terribili sogni – qui più che mai il pensiero di Freud prende vita, anche simbolicamente, attraverso quel lettino coperto di un lenzuolo bianco posto al centro del palco, come un protagonista della scena – che la torturano. Unica figura maschile degna di rilievo è Oreste (Thomas Hall) che tornato a palazzo nelle vesti di un messo per annunciare la sua stessa morte, diventa la mano di tutti i progetti di rivalsa della protagonista.

Tutte le azioni sono accompagnate dalle bellissime musiche di Richard Strauss suonate dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e dirette dal sublime Lothar Zagrosek. Il maestro con la sua bacchetta ha saputo dirigere un’orchestra che non aveva mai suonato quest’opera, presentata per la prima volta al pubblico bolognese in tedesco (unico precedente risale al 1969 con una versione italiana di Elektra). Il vocabolario musicale è vasto e si adatta alla perfezione alla messinscena. Correlato alla bruttezza esteriore attraverso un suono aspro, tragico, ossessivo come la vendetta che ribolle nella mente della protagonista e infine, nella danza liberatoria che porta la protagonista verso la morte, anche la musica raggiunge la sua catartica apoteosi.

Amelia Di Pietro

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