“Educazione siberiana”, Salvatores e il romanzo di formazione a metà

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Educazione siberiana (id, Italia, 2013) di Gabriele Salvatores con Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, John Malkovich, Peter Stormare

Sceneggiatura di Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Gabriele Salvatores, dal romanzo omonimo di Nicolai Lilin (ed. Einaudi)

Drammatico, 1h 50’, 01 Distribuzione, in uscita il 28 febbraio 2013

Voto: 7 su 10

Non si può certo dire che a Salvatores manchi la volontà (e il coraggio) di fare un cinema diverso dagli standard a cui siamo tristemente abituati. Non si parla, in questo caso, della potenza da esportazione indubbia di Educazione siberiana, trasposizione dell’omonimo romanzo di Nicolai Lilin, ma della capacità di creare atmosfere per noi inedite e di misurarsi con culture da noi lontanissime. Chapeau.

educazione_siberiana filmIn una città del sud della Russia, dove delinquenti di varie etnie vennero deportati ai tempi di Stalin, crescono Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius), nipoti di un fiero Urka siberiano (John Malkovich) che li educa al duro codice comportamentale della comunità di “criminali onesti”, una sorta di violento ghetto in cui omicidio, rapina, uso delle armi e rispetto per il clan sono alla base di regole inviolabili. Nel mezzo di un furto, Gagarin viene arrestato; otto anni dopo ritroverà Kolima e insieme capiranno di essere profondamente cambiati: il primo scopre droga e denaro (da sempre ripugnati dalla società siberiana), il secondo si avvicina alla nobile arte del tatuaggio. L’arrivo nelle loro vite di Xenja (Eleanor Tomlinson), una ragazza bellissima e ritardata, sarà il detonatore per il distacco e la resa dei conti finale.

Le riduzioni letterarie si addicono a Salvatores, meglio se romanzi di formazione con pesanti valenze simboliche; in realtà il precedente Come Dio comanda, tratto da Ammaniti, era assai indigesto e, come in quel caso, anche qui si respira una certa cupezza che non facilità di certo il contatto con storia e personaggi.

L’occhio occidentale del regista non si rivela un limite per il racconto, specie quando la sceneggiatura non rinuncia a entrare nel temibile abbecedario formativo dei due ragazzini, addestrati al mestiere delle armi e chiamati ad assolvere a compiti più grandi di loro.

Gabriele SalvatoresLo spettacolo è di grande impatto, ed è sempre sbalorditiva la capacità della macchina da presa di passare dalla brutalità alla grazia di ogni singolo movimento, che sia una lotta o un volo in giostra (ma Bowie in colonna sonora è ormai un deja vu francamente abusato).

C’è, tuttavia una notevole discrepanza tra prima e seconda parte: le suggestioni dell’apprendistato, l’ansia per un mondo tenuto in pugno ma ancora da scoprire, le regole per una sopravvivenza quasi gangsteristica e, infine, l’amore vaneggiato per una donna sublime (tanto sublime perché irraggiungibile) si disperdono, col trascorrere del tempo, in un racconto di crescita sempre più banalizzato e privo di pathos che, se da un lato rispetta la costruzione di un percorso annunciato, dall’altro vanifica buona parte dell’interesse.

Non mancano scivolate nel patetico (Xenja che suona il pianoforte nel fiume in piena, le colombe bianche liberate nel cielo) e un ricorso, fortunatamente trattenuto, a futili scene madri; per non dire della recitazione terribilmente manierata di Malkovich, meglio (con le dovute misure) gli esordienti  Fedaravicius, Tumalavicius e Tomlinson.

Resta un film sorprendentemente agile, fotografato magnificamente da Italo Petriccione, ma dal respiro epico alquanto trattenuto.

Giuseppe D’Errico

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