“E la chiamano estate”, ovvero Paolo Franchi e la presunzione del melò

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E la chiamano estate (id, Italia, 2012) di Paolo Franchi con Jean-Marc Barr, Isabella Ferrari, Filippo Nigro, Luca Argentero, Eva Riccobono, Anita Kravos, Jean-Pierre Lorit, Romina Carrisi, Maurizio Donadoni, Christian Burruano.

Sceneggiatura di Paolo Franchi, Daniela Caselli, Rinaldo Rocco, Heidrun Schleef

Drammatico, 1h 29’, Nicoletta Mantovani-Pavarotti International / Officine Ubu

Festival Internazionale del Film di Roma2012, In Concorso

Voto: 3 su 10

Le note dolci e malinconiche di Bruno Martino (da cui il titolo del film) accompagnano un notturno termale carico d’atmosfera romantica, ma quella raccontata da Paolo Franchi non è una semplice storia d’amore: E la chiamano estate è la cronaca, scomposta e disperante, di un delirio sentimentale votato alla sublimazione nel nulla, passando per l’autodistruzione di lui e il martirio masochista di lei.

Uniti da oltre un anno, Dino e Anna (Jean-Marc Barr e Isabella Ferrari) si amano follemente pur non avendo mai avuto rapporti sessuali, e se l’uomo riesce unicamente a sfogare i suoi istinti con prostitute e scambisti, la donna vive il rifiuto intimo del compagno in un’ottica di predilezione che la fa sentire unica e profondamente amata. Ma Dino si sente immeritevole di tanta fiducia, passa in rassegna tutti gli ex amanti di Anna pur di trovarle un nuovo partner e, prima che il sesso lo divori del tutto, le scrive una lettera…

Il melodramma erotico è annichilente, ma non è una questione di mero bigottismo, anzi; il film di Franchi ha la pretesa di mettere sotto la lente d’ingrandimento cinematografica un caso da manuale di socio-psichiatria trattandolo con stilemi da romanzo osé di quarta categoria.

Seppur si volesse tentare ad avvicinarsi a due personaggi tanto problematici, massacrati reciprocamente da una lontananza che non trova appigli motivabili, la sceneggiatura lo impedisce con ogni mezzo, tra dialoghi di raggelante banalità e singoli episodi dove tutto si invischia nella volgarità più gratuita.

Il regista bergamasco, ignorando bellamente l’eleganza della sottigliezza e il pregio del rigore, affoga la sua recita in un lago di ridondanti simbolismi (la camera da letto bianca, dalle tappezzerie agli arredi fino agli indumenti dei protagonisti), di irritanti ovvietà e di pruriginose toccate scandalistiche, nella speranza di rendere originali alcuni spunti onirici inseriti per dare un sapore altamente autoriale al tutto, nei fatti rendendo ulteriormente ridicolo e artificioso un film che gronda falsità ad ogni inquadratura.

Nell’esasperante reiterazione di gesti, parole e pensieri si riflette la presunzione di una scrittura misera e mortificante, e di una regia intenzionalmente altisonante ma che, in realtà, soccombe tra le mancanze di una trattazione platealmente spettacolarizzata secondo i più triti clichè.

Nella disfatta restano coinvolti due attori di buon nome come Barr e la Ferrari, costretti a dimenarsi come ossessi e a ostentare espressioni svanite e pudende in primo piano.

A salvarsi restano solo le musiche inutilmente splendide di Philippe Sarde (compositore prediletto di Claude Sautet, e chissà cosa avrebbe potuto farne il maestro francese de L’amante di una storia simile!), indegne di un film che fa dell’effetto il suo unico karma.

Giuseppe D’Errico

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