Due girasoli non fanno un Van Gogh

2.-NU.DA_

VAN GOGH

physical performance with adaptable installation

Da un’idea di Renzo Ovidi
Coreografia Loris Petrillo
Drammaturgia Massimiliano Burini
Interprete Nicola Simone Cisternino

MDA PRODUZIONI DANZA-PETRILLO DANZA

In scena al Teatro Vascello di Roma mercoledì 27 e giovedì 28 novembre 2013

Voto 4 su 10

Vincent Van Gogh in realtà non era pazzo. Questa la teoria del Dott. Renzo Ovidi, medico e chirurgo, che attraverso un’attenta analisi clinica tenta di ribaltare l’idea che la storia ci ha trasmesso del pittore olandese. E da questa tesi prende spunto il nuovo spettacolo della Compagnia Loris Petrillo Danza. Partendo dal lavoro del Dott. Ovidi viene subito da chiedersi se, il fatto che un medico possa affermare la sanità mentale di un uomo che dopo anni di violenta depressione arriva prima all’auto mutilazione e poi al suicido non sia quantomeno azzardato. Van-Gogh-PetrilloMa tralasciando questo e concentrandosi solo sullo spettacolo, troviamo un evidente scollamento tra la tesi da cui la drammaturgia dovrebbe prendere le mosse e la performance sul palco. Lo spettacolo inizia con quello che sarà l’interprete unico, Nicola Simone Cisternino, impegnato a spostare con movimenti meccanici e talvolta illogici due scalette di metallo bianche, forse vago richiamo ai letti di un ospedale psichiatrico. Si muove sul palco con due girasoli al posto degli occhi, fino ad arrivare vicino ad un microfono per pronunciarci dentro parole che rimangono incomprensibili. Alla fine del difficile trasporto una tensione, anche incerta e ai limiti del fastidio, si è comunque creata. Giusto in tempo per dissolverla completamente, quando si decide di far cambiare d’abito e di scena il performer sotto ai nostri occhi, per ripartire poi con un altro tableau a se stanti, che come il primo e come i seguenti mancherà non solo di narrazione, ma anche di reale coreografia. Se l’idea era quella di raccontare una storia diversa di Van Gogh, non pazzo di per sé ma ammalatosi negli anni perché annullato nel suo genio e nella sua personalità, allora il progetto è fallito. Quello che si è visto in scena sembrava piuttosto una serie di luoghi comuni sulla pazzia, oltre che sul pittore olandese (ci sono i Girasoli, c’è il cappello di paglia del Seminatore al Tramonto ci sono i circoli luminosi della Notte Stellata dipinti dallo stesso danzatore/protagonista su pannelli di plexiglas che pendono dal soffitto, fino al celebre Autoritratto mancante di un orecchio. Non manca nulla del Van Gogh più inflazionato). Se dal punto di vista drammaturgico manca un’idea di fondo forte e sopratutto riconoscibile, il lato coreutico dello spettacolo non ne viene fuori meglio. I movimenti mozzati e la continua frammentazione del gesto rendono la visione difficile oltre che l’attenzione impossibile nonostante l’evidente capacità del danzatore. D’altro canto le musiche scelte per lo spettacolo (Bach, Handel e Wagner, tra gi altri) di certo non sono state composte per essere danzate, né per essere ascoltate come singole “tracce” da cinque minuti l’una, ma hanno già di per sé, nella loro globalità, un carico narrativo e poetico difficile da far dimenticare. Eliminando il racconto si elimina il senso, e si carica ciò che vogliamo dire di simboli comprensibili solo a chi li ha creati. Ci sono modi migliori, più profondi e meglio narrati per parlare della pazzia e della sua origine.

Marianovella Bucelli

One Response to Due girasoli non fanno un Van Gogh

  1. […] Roma, 27 – 28 novembre) Van Gogh non sono io di Lucia Medri (Teatro e Critica, 28 novembre) Due girasoli non fanno un Van Gogh di Marianovella Bucelli (Critical Minds, 29 […]

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