“Dove non ho mai abitato”, un film di Paolo Franchi, la recensione

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Dove non ho mai abitato (Italia, 2017) di Paolo Franchi con Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hippolyte Girardot, Isabella Briganti, Giulia Michelini, Valentina Cervi, Fausto Cabra, Jean-Pierre Lorit, Yorgo Voyagis, Naike Rivelli

Sceneggiatura di Paolo Franchi, Rinaldo Rocco, Daniela Ceselli

Drammatico, 1h 37′, Lucky Red, in uscita il 12 ottobre 2017

Voto: 6 su 10

A distanza di circa cinque anni dal suo, molto contestato, E la chiamano estate, Paolo Franchi torna con un radicale cambio di pelle, tale da diventare quasi irriconoscibile. Pur non avendo mai rinnegato quel film, che gli ha attirato contro gli strali della critica, il regista dimostra, tuttavia, di aver ben imparato la lezione, virando con il suo nuovo lungometraggio verso un docile mélo ispirato al cinema classico del passato. Augurandosi, presumibilmente, una personale riabilitazione incentrata sull’approvazione generale che, di certo, non tarderà ad arrivare.

54362Questo perché Dove non ho mai abitato narra una storia romantica piuttosto convenzionale, attraverso un’esecuzione resa inattaccabile dall’aver rispettato pedissequamente tutti i canoni del genere e che ha, soprattutto, il suo punto di forza nel sempre più talentuoso Fabrizio Gifuni, che illumina con un’interpretazione particolarmente intensa un film che, altrimenti, sarebbe passato inosservato. Ciò non toglie, però, che la sceneggiatura scritta da Franchi con Rinaldo Rocco e Daniela Ceselli, abbia il merito di scavare nell’intimo dei personaggi per far riaffiorare quelle fragilità e insicurezze alla base delle loro pavide scelte, che spesso li obbligano nell’immobilità delle esistenze soffocanti in cui si ritrovano.

Lo scorrere su questi tranquilli binari che percorrono zone ritenute sicure, subisce una deviazione quando l’architetto Massimo (Gifuni) è costretto a collaborare con Francesca (Emmanuelle Devos), figlia del suo datore di lavoro Manfredi (Giulio Brogi), per completare la ristrutturazione di una villa la cui consegna è ormai imminente. Il rapporto nato inizialmente all’insegna di una reciproca diffidenza, si trasformerà un po’ alla volta in un sentimento profondo che porterà a galla le disillusioni e i rimpianti di entrambi, con l’amara sensazione che, se è forse sbagliato porsi delle domande troppo presto nella vita, lo è ancora di più porsele troppo tardi.

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Non c’è una via d’uscita dalle rispettive gabbie dorate, le loro paure sono più forti del desiderio di cambiare e la più forte di tutte è quella della solitudine. Non soltanto quella fisica, ma anche quella interiore. Francesca è passata dal sottrarsi all’autorità decisionista di un padre eccessivamente severo, con cui ha sempre avuto un legame difficile, ad un marito che dietro un’apparente bonarietà, l’ha completamente spenta e resa emotivamente dipendente. Mentre Massimo, uomo affermato e di successo, non è in grado di affrontare se stesso, sentendosi schiacciato dal peso del vuoto che lo circonda tra le pareti domestiche e che lo costringe a guardarsi dentro. Il suo non essere abbastanza forte per fare i conti con la solitudine, lo spinge a riempirla con una donna, Sandra, che non ama ma che è sempre lì, consapevole della verità ma irrimediabilmente disponibile a dargli quello che in realtà lui non ha scelto. Nessuno di loro vive la vita che ha desiderato, nessuno di loro decide di vivere la vita che vorrebbe.

Un melodramma in piena regola, sottolineato dalle musiche impetuose di Pino Donaggio, all’interno del quale si muove a fatica la Devos, di solito molto brava ma che qui ha una recitazione fin troppo sommessa e un’aria un po’ spaesata, con il suo accento francese che aumenta la dicotomia tra Francesca ed il contesto. Convince, invece, Isabella Briganti che, nel non semplice ruolo di Sandra, lascia il segno con una performance che dimostra una pregressa meditazione sul testo che va oltre le battute del copione. Paolo Franchi svolge il suo compito con diligenza a tratti scolastica, così da accontentare tutti ma, come i suoi protagonisti, pare seguire la corrente senza concedersi il lusso di definire la destinazione, con il rischio, così, di snaturarsi e di non trovare una via di mezzo tra l’eccessiva volontà di stupire del passato (che certo andava smussata) e una creatività che, resa mansueta e insapore, non lascia traccia. Un guizzo che avesse fatto sforare il colore dai margini del disegno sarebbe stato necessario. Per non lasciarsi del tutto domare.

Lidia Cascavilla

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