“Dialogues des Carmélites” di Georges Bernanos, uno spettacolo di Olivier Py, la recensione

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DIALOGUES DES CARMÉLITES

Opera in tre atti e dodici quadri dalla pièce di Georges Bernanos,
adattata con l’autorizzazione di Emmet Lavery,
basata su una novella di Gertrude von Le Fort
e una sceneggiatura di Philippe Agostini e Raymond Bruckberger
Musica di Francis Poulenc
Le Marquis de la Force Nicolas Cavallier
Blanche de la Force Hélène Guilmette
Le Chevalier de la Force Stanislas de Barbeyrac
L’Aumônier du Carmel Loïc Félix
Le Geôlier / Thierry / Javelinot Matthieu Lécroart
Madame De Croissy Sylvie Brunet
Madame Lidoine Marie-Adeline Henry
Mère Marie Sophie Koch
Soeur Constance Sandrine Piau
Mère Jeanne Sarah Jouffroy
Soeur Mathilde Lucie Roche
1er Commissaire Jérémie Duffau
2ème Commissaire Arnaud Richard

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Olivier Py
Scene e costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Coproduzione Théâtre des Champs-Élysées, Paris e La Monnaie, Bruxelles

Andato in scena al Teatro Comunale di Bologna – Stagione d’opera 2018

Voto: 8 su 10

Paura e coraggio, fragilità e forza, fede e principi rivoluzionari sono alcuni dei temi centrali di Dialogues des Carmélites, una delle opere di maggior successo di Francis Poulenc, andata in scena, per la prima volta, al Teatro Comunale di Bologna con un magnifico allestimento di Olivier Py in grado di risaltare sia la partitura – nella quale la voce delle martiri carmelitane s’intesse con la tormentata e controversa vicenda religiosa del compositore – sia il libretto carico di sfumature psicologiche su temi complessi come l’angoscia, la morte, la fede. L’Opera in tre atti e dodici quadri è tratta dalla pièce di Georges Bernanos che, con l’autorizzazione di Emmet Lavery, riprese la novella del 1931 Die Letze am Schafott (“L’ultima al patibolo”) di Gertrude von Le Fort e la sceneggiatura di Philippe Agostini e Raymond Bruckberger.

Parte del successo di questa pièce è dovuto, oltre alla bellezza del libretto e alla magnificenza della partitura, alla straordinaria regia di Olivier Py che, con il suo tocco visionario ed elegante, si concentra sull’introspezione psicologica grazie agli innumerevoli stimoli forniti dal testo e dalla musica. Lo spettacolo, infatti, prima di approdare a Bologna, è stato accolto con entusiasmo al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi nel 2013, tanto da aggiudicarsi il “Grand prix du théâtre du Syndicat de la critique”.

Il dramma fa riferimento a un fatto storico realmente accaduto, uno dei più dolorosi della Rivoluzione Francese: l’uccisione di sedici carmelitane del convento di Compiègne, ghigliottinate il 17 luglio del 1794 e beatificate dalla chiesa cattolica il 27 maggio del 1906. Siamo nella Francia rivoluzionaria e, dopo la Costituzione civile del clero nel 1790, gli insorti abolirono, in soli quattro anni, gli ordini religiosi. Le sedici suore del convento di Compiègne pagarono con la ghigliottina la loro resistenza, divenendo un esempio d’integrità morale dalla quale si è tratta ispirazione per esaminare temi significativi come la libertà e il credo religioso.

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Il convento diviene, nella mente del regista, un labirinto dentro il quale ci si può perdere, dove la fede può vacillare e trovare l’uscita è impresa ardua. Per fare ciò Py ha creato un incastro scenico, aiutato anche dal bellissimo effetto di luci di Bertrand Killy, edificato come un gioco di scatole cinesi, dove dubbio e fede si rincorrono si cercano, si perdono e si ritrovano intessendo una trama di pensieri, riflessioni, esitazioni e dogmi. Ed è dentro la scatola legno scuro che tutto si compie: essa muta in continuazione forma e prospettiva, divenendo a tratti profondissima, quasi vertiginosa, lasciando intravedere boschi aridi, spazi aperti attraverso un meccanismo a scorrimento che vela e disvela ambienti, forme, prospettive non solo sceniche ma della mente stessa.

L’orchestrazione di Jérémie Rhorer riesce nell’intento di dare alla partitura una tensione più sublime che violenta, con un suono crepuscolare nel quale però si intravedono scintille di speranza e di luce. La scena e anche il suono sono padroneggiati dal clima monastico della pièce, con suoni ripetitivi e spesso legati alle funzioni monastiche, il clima evanescente e la profonda solitudine che non è solo una scelta di vita, ma anche la paura di affrontare i propri demoni e fragilità.

Molto equilibrato anche il cast, interamente formato da interpreti francofoni, ognuno dei quali capace di dare una caratterizzazione al personaggio facendolo emergere dall’anonimato delle grigie tuniche del convento. Pur avendo ognuno caratteristiche peculiari, nessun personaggio emerge per abilità o per interpretazioni, facendo una scelta più corale che di protagonismi, come la pièce richiede.

Amelia Di Pietro

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