“Confusi e felici” di Massimiliano Bruno, quando l’autore non è più lui

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Confusi e felici (Italia, 2014) di Massimiliano Bruno con Claudio Bisio, Anna Foglietta, Massimiliano Bruno, Pietro Sermonti, Paola Minaccioni, Marco Giallini, Caterina Guzzanti, Rocco Papaleo, Kelly Palacios, Gioele Dix

Sceneggiatura di Massimiliano Bruno, Edoardo Falcone

Commedia, 1h 45′, 01 Distribution, in uscita il 30 ottobre 2014

Voto: 2 su 10

Massimiliano Bruno dovrebbe rappresentare quell’autorialità italiana che, più di altre, si è saputa muovere bene nella delicata commistione tra risate e temi forti. Il condizionale diventa d’obbligo perché, a fronte di un’attività teatrale degna di segnalazione e di due prove registiche di successo (Nessuno mi può giudicare e Viva l’Italia), arriva ora una delle peggiori commedie viste di recente, talmente misera e sconclusionata da farci dubitare della sincerità del suo autore.

Il più tradizionale dei canovacci possibili (a un antipatico psicologo viene diagnosticata una malattia agli occhi che lo getta nella depressione, i suoi pazienti cercano di fargli tornare la voglia di vivere) lungi dall’essere uno scheletro per dinamiche minimamente elaborate, è solo l’appoggio di massima per una schiera di caratteristi strepitanti, tutti intenti a girare attorno al protagonista (un respingente Claudio Bisio) nella speranza ansiogena di costruire una qualche esilarante gag. Ma è solo sterile esagitazione recitativa in un racconto inesistente, che pesca da Nuti e Verdone senza avere finalità precise, senza mai dare spessore ai caratteri e veridicità agli episodi, ma meccanicamente predisposta assecondando ciò che si presume il pubblico medio gradisca. Parla chiaro, in quest’ottica, la svilente parentesi sentimentale tra il dottore triste e la segretaria pimpante (una sprecata Anna Foglietta), messa insieme a suon di cover musicali (tra le altre, Ain’t no mountain high enough e Superstition, che tristezza!), pareti dipinte con le mani e baci tra la folla danzante della taranta.

Ma Bruno si sentirà soddisfatto di un simile lavoro? Perché si fatica a percepire in Confusi e felici la stessa urgenza comica notata nei lavori passati. Qui tutto suona fasullo e infinitamente banale dalla prima all’ultima inquadratura, come se l’estro della scrittura fosse stato preso in ostaggio dall’obbligo dell’investimento sicuro, talmente tanto da sconfinare in una serie di meccanismi collaudati ma spuri e regressivi, preoccupati unicamente di fare bella mostra di griffe e product placement e mai di rendere l’azione credibile, men che meno ritmata o ironica. Sono questo tipo di operazioni a distruggere il cinema e a renderlo sempre più simile a una catena di montaggio a comando.

Giuseppe D’Errico

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