“Codice criminale”, un film di Adam Smith, la recensione

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Codice criminale (Trespass Against Us, GB, 2016) di Adam Smith con Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Rory Kinnear, Lyndsey Marshal, Sean Harris, Killian Scott

Sceneggiatura di Alastair Siddons

Drammatico, 1h 38’, Videa, in uscita il 28 giugno 2017

Voto: 5½ su 10

La presenza di un attore come Michael Fassbender desta sempre interesse, anche in un film che si cerca di spacciare come un action movie adrenalinico. In realtà questo Codice criminale è un gravoso dramma familiare che analizza uno spaccato poco affrontato dalla cinematografia contemporanea, le comunità nomadi inglesi. Lo sceneggiatore e produttore Alastair Siddons ha preso spunto dalla storia vera di un clan accusato di vari crimini commessi ai margini della periferia britannica, e l’esordiente regista Adam Smith ha portato sullo schermo questa ispirazione, con la collaborazione di attori superbi e le musiche originali dei Chemical Brothers.

locandina-verIl titolo originale (Trespass Against Us) cita un verso del Padre Nostro e conferisce sin da subito un’immagine specifica alla narrazione: i Cutler sono criminali da generazioni, vivono ai margini della contea di Gloucestershire, dormono in roulotte e camion lasciati negli spiazzi della campagna e non hanno alcun rispetto della legge. La loro vita è fatta di violenza, rapine, corse d’auto e inseguimenti con la polizia. Quando il capo della banda Colby (Gleeson) si rende conto che il figlio Chad (Fassbender) vuole dare una svolta alla propria esistenza per amore di moglie e figli, decide di coinvolgerlo in un ultimo grande colpo che metterà a repentaglio i delicati rapporti tra i componenti della famiglia.

Ambiente inedito ma dinamiche trite, Codice criminale scandaglia in lungo e in largo i traumi di un rapporto genitoriale che si riversa inevitabilmente sui nuovi arrivati, senza una possibilità di redenzione. Lo fa riflettendo sulla colpa, sul debito atavico da tramandare, sul possesso, ma mai in modo realmente convincente e, soprattutto, coinvolgente. Più procede, infatti, e più non riesce a fare a meno di banalità e luoghi comuni, fino a un finale che gronda sentimentalismo. Al regista non manca il senso del racconto, sa creare ottimi momenti di tensione e dirige al meglio il cast. Tutti elementi che fanno ben sperare per la sua carriera.

Giuseppe D’Errico

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