“Cock”, ovvero la compiaciuta irrisolutezza di un giovane autore

COCK compagnia

Pierfrancesco Pisani e Nido di Ragno
in collaborazione con Mobilità delle Arti e Infinito presentano
COCK
di Mike Bartlett
traduzione Noemi Abe
con Margot Sikabonyi, Fabrizio Falco, Jacopo Venturiero e con la partecipazione di Enrico Di Troia
regia Silvio Peroni

In scena al Teatro Quarticciolo di Roma, 29 e 30 novembre 2014

Voto: 7 su 10

Un solo quadrilatero a definire il centro del palcoscenico, spazio che, seppur a vista, delimita un perimetro angusto, luogo del soffocante scontro a tre che fende la scena di questo Cock, tratto da una drammaturgia dell’inglese Mike Bartlett, classe 1980.
John, l’unico personaggio del quale ci è consentito conoscere il nome, convive con un uomo più grande di lui, ed è legato ad esso da una relazione affettiva di sfibrante conflittualità che gli consente, tuttavia, di adagiare la propria esistenza in una grigia ma rassicurante routine di coppia; credendo di poter dare una svolta più felice alla sua vita, si lascia avvicinare da una giovane donna (Margot Sikabonyi), con la quale imbastisce una relazione basata sull’utopica speranza di un futuro differente e – in quanto tale – migliore.
Il personaggio, interpretato con convincente bravura da Fabrizio Falco, confessa la propria relazione all’aggressivo fidanzato (Jacopo Venturiero), il quale lo costringe a prendere parte ad una cena a tre nel corso della quale John si vedrà costretto, suo malgrado, a scegliere con quale persona immaginare un domani. Testimone di parte della concitata cena, il padre dell’amante del protagonista (Enrico Di Troia), venuto per perorare la causa dell’isterico figlio tradito.
Si riconoscono, in questa messa in scena affidata all’asciutta regia di Silvio Peroni , alcuni tratti distintivi del così detto “nuovo teatro britannico”: impianto scenico essenziale e una drammaturgia che affida a dialoghi serrati e incalzanti la centralità di una narrazione che in questo caso indaga non tanto l’argomento della bisessualità umana, quanto il bisogno di auto definirsi attraverso quelle decisioni che il protagonista della storia, un po’ inspiegabilmente, non sembra in grado di poter prendere da solo.
Rischioso era mettere al centro della vicenda un personaggio potenzialmente insopportabile, proprio perché afflitto da un’irritante inedia che vigliaccamente lo “costringe” a delegare tutte le sue scelte al partner di turno; ripetitività e noia, per fortuna, si evitano proprio grazie a una scrittura intelligente che con grazia racconta dubbi e debolezze universalmente noti, alternando alle umane miserie dei protagonisti in scena momenti di ilare tragicità e battute sottilmente ironiche.
Le schermaglie tra i vertici di questo triangolo amoroso si concludono tutte al rintocco di una campanella, proprio a rafforzare la metafora del match pugilistico: l’ultimo gong, a sancire la fine della messa in scena, interrompe ogni possibilità di scelta per lo sfinito John, lasciando al pubblico in sala un amaro – voluto – senso di irrisolutezza.

Marco Moraschinelli

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