“Cinquanta sfumature di rosso”, un film di James Foley, la recensione

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Cinquanta sfumature di rosso (Fifty Shades Freed, Usa, 2018) di James Foley con Jamie Dornan, Dakota Johnson, Eric Johnson, Rita Ora, Luke Grimes, Marcia Gay Harden, Jennifer Ehle, Eloise Mumford, Victor Rusak, Max Martini, Brant Daugherty, Arielle Kebbel

Sceneggiatura di Niall Leonard, dal romanzo omonimo di E.L. James (ed. Mondadori)

Sentimentale, 1h 45′, Universal Pictures Entertainment Italy, in uscita l’8 febbraio 2018

Voto: 3 su 10

In molti modi si è tentato di ragionare sul fenomeno mondiale di Cinquanta sfumature e sul suo incredibile successo prima editoriale (definirlo letterario ci sembra azzardato) e poi cinematografico. Fin troppo si è detto della manifesta bassezza prosastica dell’autrice E.L. James, che alla trilogia porno soft deve fama e ricchezza, ma in pochi si sono fermati a considerare quanto il passaggio da carta a celluloide abbia nobilitato un materiale di partenza oggettivamente risibile. È un fatto che fior di studi accademici abbiano dimostrato una fruizione dei romanzi, in realtà, ben più critica e consapevole rispetto al luogo comune dell’ingenua lettrice smaniosa di brividi erotici da quattro soldi, e quindi in grado di coglierne la totale abiezione intellettuale e di apprezzarne l’involontario potenziale comico. Allo stesso modo, supponiamo, dovrebbero essere presi i film, invero, latori di squisiti siparietti camp e impagabili manifestazioni di stupidità che, se nella pagina rischiavano di passare inosservati, sul grande schermo raggiungono il sublime.

FSF_INTL_GLOBAL_TSR_DGTL_1_SHT_ITANon fa eccezione Cinquanta sfumature di rosso, terzo e ultimo sforzo filmico di una saga in attesa di un finale degno dell’amore escapista tra l’ormai indefessa Anastasia Steele (Dakota Johnson), ex verginella in gonnellone e colletti bianchi, e il tenebroso riccone Christian Grey (Jamie Dornan), colui che ebbe l’ardire di iniziarla ai piaceri della parafilia. Come noto, lei mal sopporta le sottomissioni e ambirebbe a un rapporto paritario, e lui è troppo innamorato per non farsi ammansire: Grey è pur sempre un proto-master a causa di inenarrabili traumi d’infanzia, in onore al puritanesimo statunitense che saluta con la manina le comunità BDSM di tutto il mondo. Dopo essersi ritrovati e ampiamente amati nel secondo capitolo, i nostri ora convolano come d’uopo a giuste nozze, con Christian completamente assuefatto alla “cura Steele”; ma questioni irrisolte nel passato di entrambi mettono a rischio l’idillio coniugale: perché l’ex capo di Ana continua a tormentarli? E perché mai Mr. Grey non vuole figli dalla sua bella?

La risposta a quest’ultima domanda è motivo di infinita ilarità, seconda solo alla disarmante idiozia con cui è gestita la sottotrama thriller che il film impugna per tutta la seconda parte e all’estetica da depliant turistico che avvolge ogni inquadratura: perché privarsi di cotanto orrore? Se affrontato con il giusto spirito d’iniziativa al trash, Cinquanta sfumature di rosso può riservare delle grandi soddisfazioni. Al contrario, si astengano i puristi della commedia romantica e disertino le sale i nostalgici dell’erotismo vecchia scuola della nostra Edwige e degli accavallamenti di gambe in assenza di biancheria intima. L’idea del sesso della James e del suo sceneggiatore e consorte Niall Leonard è quanto mai antidiluviana, bollita e fatalmente priva di originalità, vorrebbe far passare per sadomasochismo spinto l’utilizzo inopinato di manette e bende, per poi condannare i due protagonisti al più classico dei coiti sul tavolo del soggiorno, col gran ritorno del gelato spalmato tra le gambe e la fellatio come acme della trasgressione. Nulla, insomma, che non fosse già stato appurato nelle sortite precedenti.

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Il buon James Foley alla regia cerca faticosamente di mantenere l’asticella del proprio professionismo sui limiti di un’umana decenza, spolvera a dovere la patina leccata del lusso soffocante degli ambienti e si premura di limare nella convenzione ogni eccesso pruriginoso: impossibile pretendere di meglio su uno script tanto scadente. Rimangono i mugolii e le epidermidi di Dornan e della Johnson in bella vista, quasi a volerne fare uno studio di apollinea virilità per lui e di rassicurante naturalezza per lei, giacché non sembra proprio il caso di parlare di interpretazioni, alla luce di certe incommentabili battute e di un disagio a dir poco evidente nei rispettivi ruoli.

E, mentre la hit parade batte senza ritegno e persino Mr. Grey si scopre canterino, giunge al suo commiato ultra romantico anche questo amore di plastica verso il nulla cosmico, che tanto ha fatto scioccamente discutere. Chissà cosa ne resterà di qui a qualche anno. Le sfumature non ci mancheranno. Vero?

Giuseppe D’Errico

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