“Cinquanta sfumature di nero”, un film di James Foley, la recensione

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Cinquanta sfumature di nero (Fifty Shades Darker, Usa, 2017) di James Foley con Jamie Dornan, Dakota Johnson, Kim Basinger, Eric Johnson, Marcia Gay Harden, Rita Ora, Luke Grimes, Max Martini, Eloise Mumford, Bella Heathcote

Sceneggiatura di Niall Leonard

Sentimentale, 1h 55’, Universal Pictures International Italy, in uscita il 9 febbraio 2017

Voto: 3 su 10

Un sequel atteso almeno quanto Sanremo. Per dirigerlo è stato scomodato addirittura l’anziano James Foley, il regista cult dei primi video di Madonna e di alcune pietre miliari del cinema americano degli anni Ottanta (Amare con rabbia, A distanza ravvicinata). Guardando Cinquanta sfumature di nero, però, non si resta solamente annichiliti dalla banalità infinita della vicenda, dai messaggi primitivi veicolati o dal miserrimo livello artistico del film; più che altro si ha l’opportunità di riflettere sulla deriva di certe operazioni commerciali concepite male e sviluppate peggio, ma estremamente efficaci in termini di clamore e ricavi, con grande scherno per i tanti detrattori.

cinquanta-sfumature-di-neroIn principio fu saga letteraria da discount per animi sensibili al torbido ma col sogno dell’amore per sempre, poi si fece brand a luci rosse con grande battage sugli inconfessabili pruriti sadomaso di milioni di lettori, infine s’è fatta trilogia filmica a grande richiesta, con inusitata ascendenza popolare anche per un  fenomeno di massa. Ebbene, giunti al secondo capitolo della tormentata storia di sesso e sentimento tra l’irreprensibile Anastasia Steele (Johnson) e il demiurgo del sadomaso Christian Grey (Dornan), il livello di credibilità precipita ben al di sotto del baratro degli abissi raggiunto con la prima tediosa pellicola.

Lei e lui si ritrovano, più innamorati che mai, dopo aver stipulato un nuovo accordo: niente segreti! Intanto Anastasia è “donna in carriera” tanto da citare mamma Melanie Griffith nel memorabile film di Mike Nichols dell’88, mentre Christian sconta un dramma inconfessabile: le bruciature che ha sul corpo sono frutto di un’infanzia violenta e il sadismo è solo necessità di catarsi verso la mamma morta (le associazioni BDSM ne saranno liete). Tra amplessi consumati frettolosamente nei luoghi più topici (a letto e sotto la doccia) e nelle posizioni più tradizionali e pratiche, spuntano due donne a seccare incessantemente la nostra libidinosa aziendalista: una è la precedente sottomessa di Mr. Grey, ridotta ormai in stato confusionale per le mancate dominazioni; l’altra è nientemeno che Kim Basinger, il mito erotico di tutta una generazione cresciuta a suon di spogliarelli in penombra e coiti al frigidaire, nei panni di colei che iniziò al sesso il giovane Christian e che ora non accetta che il suo virgulto, così adeguatamente svezzato, sia schiavo d’amore per una sciacquetta (e, per la serie sic transit gloria mundi, la povera Kim viene anche presa a ceffoni). Le ragioni del cuore avranno la meglio sulle regole dello scudiscio?

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A differenza del primo film in Grigio, dove una parvenza di scrittura tentava volenterosamente di cavar sangue da una rapa di romanzo senza grandi risultati, con Cinquanta sfumature di nero viene promosso a sceneggiatore il marito dell’autrice letteraria, tale Niall Leonard: il risultato di questo connubio è un’esilarante fiera di insipienza narrativa che mischia l’erotismo annacquato della James al thriller psicologico, con dialoghi e singole situazioni di indicibile atrocità. Merita una citazione almeno la mefitica sequenza al ristorante, quando lui le chiede di sfilarsi le mutande pazze, con conseguente giochetto malizioso in ascensore: peccato che Sharon Stone e William Baldwin avessero già dato ampia lezione sul tema in Sliver nel lontano 1993. Dornan e la Johnson si confermano due ottime scelte di casting, ma non possono fare a meno di palesare il reciproco imbarazzo nel pronunciare battute risibili e di squallida bruttezza, in un’atmosfera generale tra il melenso e Ciao Darwin.

Alla fine è la solita, estenuante sfilata di puritanesimo fintamente trasgressivo, in confezione patinata e zeppa di hit musicali, con picchi di ridicolo involontario probabilmente mai registrati prima d’ora. Eliminata l’unica attrattiva delle pratiche sadomaso, non resta che fruire il film nell’unica ottica possibile, farne cioè un guilty (dis)pleasure per poter ridere di cotanta goffaggine.

Giuseppe D’Errico

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