“Child 44″, spreco di cast in un thriller bellico sfilacciato

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Child 44 – Il bambino n. 44 (Child 44, Usa, 2014) di Daniel Espinosa con Tom Hardy, Noomi Rapace, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Paddy Considine, Jason Clarke, Vincent Cassel, Tara Fitzgerald, Charles Dance

Sceneggiatura di Richard Price, dal romanzo “Bambino 44″ di Tom Rob Smith (ed. Sperling & Kupfer)

Thriller, 2h 17′, Adler Entertainment, in uscita il 30 aprile 2015

Voto: 4 su 10

Diversi punti andavano a favorire curiosità verso questo Child 44, thriller bellico tratto dal best seller omonimo di Tom Rob Smith: è ispirato alla storia vera del serial killer di Rostov, che tra il 1979 e il 1985 fece strage di giovani innocenti per poi essere arrestato solo molti anni dopo; è stato messo al bando dalla Russia di Putin per vilipendio all’immagine del paese e travisamento storico dei fatti; vanta un cast di pregio, un regista appassionato (Espinosa ha diretto Safe House), una firma autorevole in sede di scrittura (Price ha sceneggiato per Robert Mulligan, Martin Scorsese e Spike Lee) e un produttore come Ridley Scott. Child-44-trailer-italiano-e-locandina-del-thriller-con-Gary-Oldman-e-Tom-Hardy-2Arduo era aspettarsi, quindi, un simile bidone, che in confronto l’analogo Evilenko di David Grieco assurge a capolavoro di rigore.

L’infelice commistione tra la pista del pedo-thrilling, con gli eventi di cronaca anticipati nell’Urss del 1953 (Considine è un assassino di bambini, denudati, brutalizzati e lasciati uccisi tra stazioni e boschi), e quella del melodramma spionistico con implicazioni staliniste (il militare sovietico Hardy si rifiuta di denunciare come spia la moglie Rapace, e così vengono spediti in esilio a Mosca dal perfido Kinnaman), genera solamente un patchwork di situazioni ridicole e ingiustificate, sempre slegate e affatto coinvolgenti. Il risultato è un film freddo e interminabile, zeppo di caratterizzazioni piatte e manichee, di retorica anti-emozionale e con un duello finale francamente pietoso. Dispiace per l’impegno degli attori coinvolti, costretti a recitare in inglese con un pesante accento russo, e per le vanificate potenzialità della detective story che, col passare dei minuti, sembra diventare sempre più una zavorra per le non meglio precisate ambizioni da kolossal di regista e sceneggiatore. Da dimenticare.

Giuseppe D’Errico

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