Charles Bradely and his Extraordinaries: l’aquila che ha incantato l’Angelo Mai

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Charles Bradely (voce)
Thomas Brenneck (chitarra)
Nick Movshon (basso)
Homer Steinweiss (batteria)
Mike Deller (organo)
Dave Guy (tromba)
Leon Michels (sassofono)

Voto: 8 su 10

Quello a cui hanno assistito i pochi fortunati riusciti ad entrare all’Angelo Mai di Roma sabato sera è stato uno spettacolo bellissimo e inaspettato. I più attenti avevano già sentito parlare di Charles Bradley, ex barbone, ex cantante di una cover band di di James Brown, che ha esordito a sessant’anni nel mondo della soul music con il suo primo disco No time for Dreaming (2011). Una storia incredibile la sua, fatta di violenza, di disperazione e di amore sconfinato per il soul, sin da quando la sorella maggiore lo portò all Apollo Theater di New York a vedere un concerto del “godfather” James Brown. Da quel giorno Charles si innamorò della sua musica (e non solo). Tutto in lui richiama Brown. Le movenze, il timbro vocale, l’assetto intero dello show. Ma c’è qualcosa in più. Se è vero, come diceva il più geniale pittore del Novecento, che i mediocri imitano mentre i geni copiano, allora Charles Bradley è un vero genio. Perché tra l’imitazione e la copia c’è una bella differenza, e sta tutta nella personalità dell’artista. Bradley canta, urla e balla come James Brown per parlare di storie autenticamente personali e ci mette profondamente “del suo”. Sarà per questo che nonostante l’età non proprio da “nuova promessa” e soli due album all’attivo (il secondo Victim of Love è del 2013) è già un fenomeno culturale importante. Su di lui infatti è stato girato anche un documentario, in programmazione in questi giorni a Roma, per raccontare la sua incredibile storia. Ma non è solo questo: la folla che attendeva ai cancelli dell’Angelo Mai sabato era davvero impressionante, in centinaia non sono riusciti ad entrare e questo è un evento insolito per un artista che è al suo primo tour in Italia. Non tutti, inoltre, possono permettersi di ritardare di ben un ora e mezzo l’ingresso sul palco. Entra la band composta da musicisti giovanissimi, ma l’attesa non è finita: un paio di pezzi strumentali, che subito scaldano la folla come gli oltre cinquanta minuti di stentato dj set non erano riusciti a fare, ma lui ancora non si vede. E solo ora capiamo che non siamo più in un capannone occupato al centro di Roma. Siamo ad Harlem. E come ogni concerto soul di Harlem che si rispetti, il leader ha bisogno di una presentazione. Così il tastierista si avvicina al microfono con in mano una birra, e con uno slang compromesso dall’alcool che nessuno capisce inizia a presentare “the screaming eagle of soul…Mr. Charles Bradely!!”. Giacca di pailettes, pettinatura afro, catenone dorato al collo, a vederlo così non rassicura. Ma poi inizia a cantare con un amore e una disperazione che escono forti dalla sua voce calda e graffiata. Si capisce immediatamente che tutto ciò che si è visto fin’ora e che si vedrà è reale. Dai passi di danza con i quali imita il volo di un aquila, al momento in cui trascina l’asta del microfono a mo’ di croce sulle spalle, tutto è profondamente sentito e reale. Lui canta soul classico, che non vuol dire banale, e lo fa in un modo che incendia il pubblico. Non gli si staccano gli occhi di dosso. Nonostante anni di indigenza, lavori duri e carcere quest’uomo sembra nato per cantare, e per cantare soul. Questa convinzione l’ha portato a più di sessant’anni dalla sua nascita a far avverare il suo sogno, e questa certezza ha conquistato in poco tempo e in un mercato dominato da belle facce e giovani “geni” una quantità impressionante di pubblico.

Marianovella Bucelli

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