“Casa di bambola” di Henrik Ibsen, uno spettacolo di Roberto Valerio, la recensione

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CASA DI BAMBOLA
di Henrik Ibsen

adattamento e regia Roberto Valerio
con Valentina Sperlì, Roberto Valerio, Michele Nani, Massimo Grigò, Carlotta Viscovo, Debora Pino
scene Giorgio Gori
costumi Lucia Mariani
luci Emiliano Pona

In scena dal 26 gennaio al 5 febbraio al Teatro Vascello

Voto: 7 su 10

Ha senso parlare di emancipazione femminile e del ruolo della donna all’interno dei contesti familiari e, per farlo, scegliere la drammaturgia che Henrik Ibsen scrisse nel lontano 1897? Se per gli europei del XIX Secolo era impensabile accettare che un’onesta madre di famiglia abbandonasse marito e figli per ritrovare sé stessa, è possibile, oggi, assegnare a quel testo una valenza contemporanea per riflettere sul concetto di presa di coscienza e realizzazione personale?

imagesCasa di bambola val bene – a più di 100 anni dalla sua nascita – una visione non tanto per allontanare la riflessione dai sapori di uno scandalo oggi largamente anacronistico, ma perché il suo nucleo tematico è quanto mai attuale: per leggerla attraverso il pensiero del sociologo Ervin Goffman (“La vita quotidiana come rappresentazione” del 1959) ci presentiamo agli altri – e di conseguenza ci comportiamo – a seconda dell’idea che la società nella quale siamo inseriti ha di noi e talvolta, come accade a Nora, la protagonista del racconto, finiamo con l’interiorizzare la maschera che siamo costretti ad indossare.

Bambola, bambina, non molto più che un simpatico animaletto da compagnia: questa era, per suo marito, la protagonista della pièce ibseniana; è il risveglio dal suo incubo al quale assistiamo, il viaggio di un possibile approdo alla vita dopo aver capito di esser stata sempre poc’altro che un grazioso soprammobile per gli uomini (padre e marito) ai quali si era maggiormente sentita legata nel corso della sua esistenza.

Il lavoro del regista Roberto Valerio (qui anche in scena nel ruolo di Thorvald Helmer) è misurato e rispettoso del testo di Ibsen, amplificato dalla scenografia espressionista di Giorgio Gori che ben riflette lo straniamento del personaggio incarnato con nervosa efficacia dalla brava Valentina Sperlì.

Dramma datato ma non vecchio, dunque, che merita un incontro sul palcoscenico e una lode particolare ad un finale che, attraverso un’efficace coup de théâtre, ben simboleggia la perdita (e il ritorno?) di un’identità tanto apparentemente innocua quanto crudelmente annullante.

Marco Moraschinelli

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