Bitches Brew – Andata e ritorno nel Jazz passando dal Rock

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Coincidenze. Cose successe per caso, a distanza di poche ore. Semplici eventi che senza accorgersene diventano Avvenimenti, scrivono la Storia. Ne sono accaduti tanti nel mondo del cinema o della musica, come quelli in due giorni di Agosto 1969. Già, il 18 e il 19.

Alle 9 del mattino del 18 Agosto Jimi Hendrix salì sul palco di quello che era stato, fino a poche ore prima, il festival di Woodstock. ‘Tre giorni di pace e amore’ diceva lo slogan. I tre giorni erano passati ed era rimasto il fango, tanto fango dopo l’abbondante pioggia che aveva accompagnato la kermesse. Jimi avrebbe dovuto esibirsi il giorno precedente, cominciare a suonare verso la mezzanotte. Lui era il main event del resto:  con la sua band si chiudeva il Festival. Tutta quella pioggia aveva però ritardato le esibizioni dei Blood, Sweat & Tears  e di Crosby, Stills, Nash & Young che occuparono praticamente tutta la notte. La conseguenza fu dedicare le ore di buio al jazz-rock venato di soul dei Tears e al più quieto folk del supergruppo di David Crosby posticipando il set di Jimi al mattino.
In duecentomila accolsero un Hendrix generoso, che suonando per due ore regalò ai posteri l’esibizione più lunga della sua carriera. Esatto, proprio il concerto dove lo sciamano della sei corde straziò grandiosamente The Star- Splanged Banner.

Martedì 19 Agosto 1969, New York, Cinquantaduesima Strada. Gli studi della Columbia Records si aprirono ad una parata di musicisti capeggiati da un tipo che Duke Ellington aveva definito come ‘il Picasso del jazz’. Proprio lui, mister Miles Davis.
Il Picasso da qualche tempo aveva in testa delle idee bizzarre. Già, perché dopo essere stato massima espressione del cool e del jazz modale era ora di fare roba nuova. Era da un po’ che guardava in giro Davis, soprattutto ascoltava ciò che stava succedendo. Sentiva un certo James Marshall Hendrix capace di dar vita con una chitarra elettrica a suoni inimmaginabili per i pur diligenti bluesmen e gli scatenati rockers che andavano per la maggiore. Ed era altresì rimasto colpito dal funk psichedelico di Sly and Family Stone, una coloratissima banda di esagitati che facevano sembrare James Brown prossimo ad un (congruo e meritato) pensionamento.
Vedeva e sentiva tutto questo Miles Davis da Alton, Illinois, uno che ne aveva fatte e suonate tante. Uomo e musicista dalla mente creativa e dall’intuito pronto, Miles decise che no, cotanto ben di Dio non poteva passargli davanti inosservato. Non gli restava che cercare di far suo questo ‘suono nuovo’, assorbirlo e rivestirlo di un tocco unico, un tocco jazzy.
Principale osservazione del nostro: questi musicisti rock sprigionano una carica di energia inaudita senza curarsi del pentagramma  e, parole sue, ‘senza saper niente della musica’. Puro istinto, dunque.
Conseguenza:  i metodi di lavoro delle bands in questione erano vincenti su tutta la linea. I dischi incisi in studio godevano  di condizioni di libertà fino ad allora impensabili, i concerti erano sempre strapieni in luoghi molto grandi.
Pian pianino ma non troppo la testa di Miles cominciò a partorire idee,molte idee, una più eccitante dell’altra. Improvvisazioni con strumenti elettrici: questo il concetto di partenza. Mettere da parte ogni sorta di partitura e schema compositivo tradizionale, lavorare miscelando suoni e vibrazioni provenienti dal mondo rock sposandoli con la sua sensibilità di trombettista.
Tutto questo non suona molto jazz, vero? ‘Whatever!’ deve aver pensato di buon  grado Miles.  Ecco infatti le sue parole in proposito: ‘Non ero pronto a diventare parte del catalogo dei classici Columbia. Credevo nella musica che facevo e dovevo cambiare strada’.

Ecco allora ritornare le coincidenze di cui parlavamo all’inizio. Un Miles Davis a cui il mondo del jazz tout-court va ormai stretto incontra un certo signor Clive Davis, nuovo proprietario della Columbia Records etichetta discografica del nostro. Il signor Davis ben sapeva qual’era la strada da seguire per gli artisti della sua scuderia: produrre del buon rock e partecipare a grandi concerti-raduni per fare una massiccia promozione: in poche parole l’imperativo era ‘fatevi conoscere da più gente possibile’ (non è un caso che tra i primi ad essere messi sotto contratto dal nuovo capo ci furono i Chicago, band rock con occasionali influenze prog-jazz che riuscì a scalare più volte le classifiche di Billboard  negli anni ’70).
In questo contesto il ruolo del jazz non poteva che diventare molto marginale in quanto ritenuto poco mainstream, poco appetibile dall’industria discografica. Fu così che il Davis boss discografico esercitò una certa influenza sul Davis musicista per, come dire, acuire la sua già dichiarata volontà di staccarsi dal jazz ortodosso  per abbracciare una causa musicalmente trasversale e, cosa importante, vendibile.

L’intenzione del Picasso del jazz era dunque precisa: esplorare tappeti sonori d’avanguardia alla maniera di Ornette Coleman  all’insegna dell’improvvisazione collettiva, spingere all’estremo la commistione di jazz e rock già messa in atto nel suo ultimo album ‘In a Silent Way’ e sentire cosa ne sarebbe venuto fuori. Sperimentare, jammare, fondere suoni insieme al fido chitarrista John McLaughin, di scuola blues /swing e di tecnica sopraffina. Della partita era anche Chick Corea al piano elettrico accompagnato da due bassi – uno elettrico, l’altro acustico – due batterie e due sassofoni.

Due soli giorni dopo, 21 Agosto, la band aveva terminato le registrazioni da cui sarebbe nato l’album fusion per eccellenza nella storia della musica.

‘Bitches Brew’, avanguardia voodoo

Novanta minuti di jam session ipnotica, oscura e distorta, ecco la sostanza della musica creata da Miles Davis con la sua banda di sperimentatori sonici. Un sound sfuggente ad ogni sorta di classificazione che l’audace lavoro in fase di produzione di Teo Macero avrebbe rivestito di riverberi, echi ed impercettibili copia-e-incolla di frammenti strumentali per farne croce e delizia degli ascoltatori che avrebbero accettato la sfida.

Dal magma di note partorito durante la permanenza nello Studio B della Columbia Records presero forma le tracce che sarebbero diventate l’ossatura del nuovo album del nostro, a cominciare dai venti minuti di ‘Pharaoh’s Dance’, opener del disco. Qui Corea dipinge tenui tratti dark col suo piano accompagnato dal clarinetto basso di Bennie Maupin. Il clima è pervaso da un senso di tensione, la performance della band è votata ad un’improvvisazione ansiosa di sfogare la propria carica creativa. Di tanto in tanto ci si aspetta un’impennata ritmica, un’esplosione che però non accade: ecco invece un duetto della tromba di Miles col sax soprano di Wayne Shorter che si staglia sul solito tappeto pianistico libero di svariare in sottofondo.
Arriva poi la title-track, ‘Bitches Brew’, ovvero un tour de force di ventisette minuti inaugurato dalla tromba di Miles il cui suono è ‘magicamente’ raddoppiato in fase di produzione per creare l’ennesimo gioco di prestigio sonoro. Si parte dunque con una jam session in cui basso elettrico e clarinetto si inseguono per poi lasciare libero sfogo alla tromba supportata dal piano. In chiusura si ha l’impressione di un ritorno circolare dell’incipit del brano: il basso ripete infatti lo stesso accordo, ma è poco più che una sensazione che si perde nella fumosa incertezza di un suono sempre ‘sospeso’ e attento a non scivolare in qualsivoglia forma di concretezza.
Il richiamo al mondo del rock si palesa comunque nella terza traccia, ‘Spanish Key’: ecco troneggiare la chitarra di McLaughin all’insegna di un gusto funk quasi sfacciato, ma non è tutto: le percussioni alzano il ritmo come non mai, chiamando in causa il drumming incalzante di Mitch Mitchell, batterista della Jimi Hendrix Experience.  Come sempre, libertà di creare ad un Chick Corea che si rivela vera e propria asse portante nell’arrangiamento dei pezzi.
E’ ora tempo del brano più breve dell’album intitolato col nome del chitarrista, ‘John McLaughin’. Come si può prevedere qui è la chitarra a far da protagonista: Miles si tira temporaneamente indietro per lasciare la coppia Corea-McLaughin a far fuoco e fiamme improvvisando a piacere coi propri strumenti.
Altro giro altra corsa,  ora è Davis a prendersi gli onori col titolo che segue: un eloquente ‘Miles Runs the Voodoo Down’ che la dice lunga sulla volontà del musicista di forgiare il suo nuovo suono di una ‘magia nera’ rischiosa ma irresistibile. Il pezzo trasuda blues sia nell’iniziale accordo di basso che nell’interpretazione della tromba, decisamente sinuosa e sensuale. Nasce spontaneo il richiamo alla hendrixiana ‘Voodoo Child (Slight Return)’…
Eccoci arrivati all’ultima traccia, una ‘Sanctuary’ che riprende il brano con lo stesso titolo composto tempo prima da Wayne Shorter , sax soprano in ‘Bitches Brew’. E’ il tripudio della tromba di Miles, lirica e dolcissima, che domina il crescendo ritmico dopo la partenza dedicata alla citazione del tema di ‘I Fall in Love Too Easily’, standard composto da Jule Styne nel 1944 e reso celebre tra gli altri da Frank Sinatra e Chet Baker.

Finito? Si, almeno questa è la scaletta originale dell’album, che per ragioni di minutaggio (oltre un’ora e quaranta) uscì come doppio vinile il 15 Maggio 1970. Col passare dei decenni e delle celebrazioni ai sei pezzi previsti dall’autore per ‘Bitches Brew’ si sono aggiunte, come di consueto, svariate bonus tracks estrapolate dalle registrazioni delle sessions di quei pazzi giorni dell’ Agosto del ‘69, in cui un tipo con gli occhialoni scuri e la camicia a colori psichedelici molto trendy ha consegnato alla Storia la sua personalissima interpretazione di concetti quali ‘Avanguardia’, ‘Fusion’ e ‘Free Jazz’.

Appendice: il perché di ‘quel’ titolo e della copertina

Perché Miles Davis ha voluto dare a questo disco, forse il più importante per lui visto il momento di crocevia che stava attraversando la sua carriera creativa, un titolo come ‘Bitches Brew’? E ancora: qual è la giusta interpretazione da dare a questa combinazione di parole?
Inutile dire che su questi annosi interrogativi intere generazioni di critici si son dannate l’anima. Chi scrive propende per la versione secondo cui il nome dell’album tradotto in italiano suona come un ‘Infuso stregonesco’ dove ‘Brew’ sta appunto per  ‘infuso’. In inglese esiste l’espressione ‘Witches Brew’ che sta ad indicare una ‘pozione magica’, è opinione diffusa che il buon Miles potrebbe aver giocato col termine ‘Witches’ (streghe) sostituendolo col dispregiativo ‘Bitches’ per palesare fin dal titolo la natura ludica e autoironica del lavoro tutto.
Quanto all’artwork dell’album è invece tutto chiaro: si tratta di un concept surrealista realizzato da Mati Klarwein, lo stesso artista che si sarebbe poi occupato della copertina del nuovo disco di Carlos Santana, ‘Abraxas’. In entrambi i casi emergono riferimenti all’iconografia indigena e all’Africa in generale con un tocco cromatico intenso e inquietante. Del resto parliamo di incantesimi musicali, giusto?

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