“Ben Hur”, un kolossal senza epica di sconfortante amenità

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Ben Hur (id, Usa, 2016) di Timur Bekmambetov con Jack Huston, Toby Kebbell , Morgan Freeman, Rodrigo Santoro, Nazanin Boniad, Ayelet Zurer, Sofia Black-D’Elia, Francesco Scianna

Sceneggiatura di Keith Clarke, John Ridley

Avventura, 1h 55’, Universal Pictures International Italy, in uscita il 29 settembre 2016

Voto: 4 su 10

Ebbene sì, trattasi di remake. Questa volta si è voluto “solamente” rifare Ben Hur di William Wyler, il kolossal dei kolossal, pietra miliare della storia del cinema, 11 premi Oscar e ipoteca eterna nell’immaginario collettivo del grande cinema spettacolare. In realtà la versione del russo kazako Bekmambetov è la sesta tratta dal romanzo biblico di Lew Wallace, ma non è un segreto che a essere saccheggiata sia l’edizione datata 1959 con Charlton Heston.

ben-hur-2016-posterLe traversie dell’israelita Giuda Ben Hur (Huston), costretto in schiavitù dopo che il fratello adottivo Messala (Kebbell), ufficiale dell’esercito romano, lo accusa di tradimento, sono ridotte a un campionario di amenità tali da muovere quasi a tenerezza. Dimentichiamo lo scandaglio psicologico fiammeggiante del classico (di tensione omoerotica nemmeno a parlarne), oggi le caratterizzazioni subiscono un impoverimento spaventoso che si traduce in una insipidezza assoluta di storia e personaggi. John Ridley (12 anni schiavo) e Keith Clarke (The way back) firmano una sceneggiatura di disarmante scemenza, incapace di approfondire l’importantissima ispirazione cristologica e ingabbiata in un elementare promessa di vendetta che, nelle ultime scene, si realizza in un risibile lieto fine.

Lungi dal voler pur lontanamente ritrovare il respiro epico del passato, il nuovo Ben Hur del “coatto” Bekmambetov si preoccupa solo di non deludere nelle due sequenze clou che tanto segnarono la concezione dello spettacolo di massa, lo scontro navale in mare e la corsa delle bighe: rimandato anche in questo senso perché, nonostante i set tra Cinecittà e Matera (ci è andata male), lo spreco di effetti digitali non restituirà mai l’emozione della vera polvere. E che direi dei due protagonisti principali, bambocci inespressivi senza particolari virtù? È invece già scult Morgan Freeman coi rasta nel deserto.

Non resta che chiedersi il perché di una simile operazione, alla luce del tonfo madornale di pubblico in patria, che non l’ha digerito neppure come innocuo pop corn movie, troppo nobile di ascendenza sia per poter giustificare la presenza delle nuove generazioni in sala, sia per invogliare gli ammiratori dell’originale.

Giuseppe D’Errico

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