“Assassinio sull’Orient Express”, un film di Kenneth Branagh, la recensione

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Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express, Usa, 2017) di Kenneth Branagh con Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Judy Dench, Daisy Ridley, Olivia Colman, Willem Dafoe, Penèlope Cruz, Josh Gad, Derek Jacobi, Tom Bateman, Lucy Boynton, Manuel Garcia-Rulfo, Leslie Odom jr., Sergei Polunin, Miranda Raison, Hayat Kamille

Sceneggiatura di Michael Green, dal romanzo omonimo di Agatha Christie (ed. Mondadori)

Giallo, 1h 53′, 20th Century Fox Italia, in uscita il 7 dicembre 2017

Voto: 6 su 10

L’enorme successo che sta riscuotendo questo pomposo adattamento del celeberrimo romanzo omonimo di Agatha Christie, è foriero di due dati di fatto inequivocabilii: il primo risiede nel piacere mai abbastanza appagato del pubblico di abbandonare i nervi alla malìa del giallo puro, sempre più raro da ritrovare al cinema; il secondo sta nella freschezza senza tempo degli intrecci della gloriosa autrice britannica. Assassinio sull’Orient Express, forse la sua creazione narrativa più proverbiale, è un vessillo al godimento della lettura e, insieme, una macchina del mistero che non perde mai un colpo fino all’ultima pagina. Se il film omonimo, diretto da Kenneth Branagh, servirà (come sembra stia riuscendo) ad avvicinare il pubblico più giovane agli intrighi letterari della regina del brivido, allora l’intera operazione sarà ampiamente giustificata, pur con tutti i suoi limiti artistici.

Locandina-Assassinio-sullOrient-ExpressInevitabilmente, il regista shakespeariano deve fare i conti non solo con la fine sagacia stilistica della Christie, ma anche con la prima versione cinematografica che Sidney Lumet trasse dal romanzo, nel 1974. Su entrambi i fronti, il buon Kenneth ne viene fuori con le ossa rotte, e ben sono evidenti le ragioni di tale disfatta. Lo spirito pragmatico, la raffinatissima ironia e, al contempo, l’inesorabile efficacia della narrazione, cedono il passo a una spettacolarizzazione degli eventi che risponde più a un’esigenza di finzione adrenalinica tutta contemporanea che non a un reale interesse per l’intreccio. L’indagine dell’investigatore Hercule Poirot, interpretato dallo stesso Branagh con sfoggio di impressionanti baffi posticci, diventa così una piatta meccanica di interrogatori e inseguimenti virtuosistici, dentro e soprattutto fuori i vagoni del lussuoso treno nel quale si è consumato un efferato omicidio e che una slavina tiene bloccato sulle rotaie tra i monti innevati.

imageLa frenesia registica, ai limiti del narcisismo, soffoca il sapiente gioco di rivelazioni dei passeggeri, tutti potenziali colpevoli, e lascia sfuggire per strada alcuni macroscopici controsensi, tanto da far perdere spessore anche allo straordinario colpo di scena finale. Ne viene fuori un film di vuota forma e calcolata eleganza, decisamente lontano dall’idea che del genere aveva Agatha Christie e dalla rispettosa compostezza della trasposizione di Lumet, dalla quale è ulteriormente evidente una distanza insormontabile tra gli attori in campo: del nutrito ma scipito cast internazionale (e multietnico) di Branagh si salva solo la sublime statura recitativa di Michelle Pfeiffer, che eredita il ruolo che fu di Lauren Bacall, mentre tutti gli altri non escono dall’alveo del macchiettismo. La bellezza della trama, però, fa tutto, e non c’è critica che tenga davanti al gradimento unanime degli spettatori: meglio dei limiti a fin di bene che dei limiti senza alcun fine.

Giuseppe D’Errico

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