#arenaestiva: “USS Indianapolis”, un film di Mario Van Peebles, la recensione

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USS Indianapolis (Uss Indianapolis: Men of Courage, Usa, 2016) di Mario Van Peebles con Nicolas Cage, Tom Sizemore, James Remar, Thomas Jane, Matt Lanter, Cody Walker, Brian Presley, Yutaka Takeuchi

Sceneggiatura di Cam Cannon, Richard Rionda Del Castro

Drammatico, 2h 09′, M2 Pictures, in uscita il 19 luglio 2017

Voto: 5 su 10

Porto militare di Mare Island, San Francisco, 16 luglio 1945. L’incrociatore della Marina americana USS Indianapolis salpa, con destinazione Tinian Island, per una delicata missione top secret. Al capitano McVay viene affidato l’incarico di consegnare una cassa senza, però, informarlo sul suo contenuto. Una spedizione talmente segreta da non prevedere una scorta, nonostante la nave dovesse attraversare uno degli scenari di guerra tra i più critici. L’incrociatore riesce a portare a destinazione quello che si rivelò poi essere uranio arricchito, fondamentale per l’assemblaggio del primo ordigno nucleare che verrà sganciato, il 6 agosto, su Hiroshima. Il comando successivo fu di raggiungere il Golfo di Leyte, nel pericoloso mare delle Filippine e, ancora una volta, a McVay venne negato un indispensabile reparto di difesa, nonostante l’area brulicasse di sommergibili giapponesi, condannandolo, di fatto, ad una rischiosissima roulette russa. Il 30 luglio, l’USS Indianapolis venne colpita da due siluri lanciati dal sottomarino nipponico I-58. Pesantemente danneggiata e con un equipaggio non sufficientemente preparato ad affrontare una simile emergenza, iniziò inesorabilmente ad affondare. 53291A bordo erano presenti 1.197 uomini, di questi 300 vennero inghiottiti dagli abissi insieme al relitto mentre gli altri restarono alla deriva, nelle acque infestate da colonie di squali. Nei quasi 5 giorni di agonia, in attesa che arrivassero i soccorsi, dei circa 900 membri dell’equipaggio ne erano sopravvissuti soltanto 317, a causa di un mix letale di fame, disidratazione, ferite mortali e aggressione da parte dei feroci predatori. Fu uno dei più  grandi disastri della storia della Marina degli Stati Uniti, secondo soltanto, per numero di vittime, a quello dell’USS Arizona a Pearl Harbor. Una drammatica pagina poco nota della Seconda Guerra Mondiale che ebbe, negli anni a venire, strascichi molto dolorosi per i suoi eroici protagonisti.

È un peccato. È proprio un peccato che una vicenda dalle infinite possibilità espressive come questa, sia finita nelle mani di Mario Van Peebles che, pur lavorando da anni davanti e dietro la macchina da presa, non è riuscito mai a brillare né in un campo e né nell’altro. In questo caso è di certo evidente il suo coinvolgimento emotivo nel raccontare quel tragico episodio caduto nell’oblio e gli va, senza dubbio, riconosciuto il merito di averlo portato a conoscenza dei più, ma se ne lascia totalmente travolgere, incapace di dominare tutti gli elementi che ha a disposizione.

Non è aiutato nell’impresa neanche dagli sceneggiatori Richard Rionda Del Castro e Cam Cannon, ugualmente colti da un’ansiosa esaltazione che traspare dal disordine narrativo e dai dialoghi, spesso davvero indecifrabili. La confusione si ritrova anche nella continua indecisione sulla direzione da dare alla pellicola, perennemente in bilico tra la commedia americana degli anni 50, l’horror shark movie, il film di guerra e il genere romantico. Il regista è consapevole di gestire un potenziale kolossal e non vuole rinunciare a niente di quello che gli passa per la mente, con l’aggravante di cedere alla tentazione di riutilizzare la storia d’amore a tre vista in Pearl Harbor di Michael Bay e di ricalcare tutta la sequenza della colata a picco del Titanic, dell’omonimo film di James Cameron. Nella foga dimentica, purtroppo, di delineare la psicologia dei personaggi, resi con una banalità tale da non rendere loro giustizia e, anzi, trasformandoli in fiacche macchiette. Alcuni siparietti sono del tutto slegati dal contesto, inseriti all’improvviso nel bel mezzo di una scena, tanto da far pensare di essere stati interrotti dalla pubblicità. Delude anche il direttore della fotografia Andrzej Sekula che, nonostante abbia collaborato con Quentin Tarantino in Pulp Fiction e Le iene, qui scivola con l’uso massiccio di colori pastello e luci intense, decisamente fuori luogo e con l’unico risultato di smorzare l’impatto emozionale degli eventi.

Per quanto nella scheda tecnica si venga informati dello sforzo fatto dalla produzione per procurarsi location reali e d’epoca, come la corazzata USS Alabama, oggi aperta al pubblico, o l’aereo PBY, molte scene sembrano girate in teatri di posa e, a ben guardare, si sospetta l’utilizzo di modellini poi elaborati al computer. Probabilmente il budget a disposizione non consentiva grossi sforzi, dubbio suggerito anche dalla scelta del cast, composto da una serie di comprimari privi di sapore, guidati da un sempre più imbalsamato ed inespressivo Nicolas Cage (in un ruolo pur carismatico come quello del capitano McVay). L’unico attore che pare essersi reso conto dell’importanza di ciò che si stava documentando su quel set è Yutaka Takeuchi che interpreta, con penetrante impegno Mochitsura Hashimoto, il comandante da cui partì l’ordine di colpire l’Indianapolis. In seguito testimonierà a favore di McVay, nel processo che vide quest’ultimo prima imputato dinanzi alla Corte Marziale e poi condannato, per poter così offrire un capro espiatorio ai parenti delle vittime e all’opinione pubblica, e distogliere l’attenzione dalle vere negligenze e colpe di chi avrebbe potuto e dovuto evitare quella strage. Una sentenza ingiusta dalla quale McVay non riuscì mai a riprendersi, neanche dopo l’annullamento della stessa, e che lo spinse ad un triste epilogo nel 1968.

Il momento più toccante ed efficace della pellicola lo si ritrova nei titoli di coda, dove vengono mostrate le immagini di repertorio del salvataggio, qualche breve intervento di alcuni sopravvissuti e i veri volti di chi salvò quegli uomini, rischiando in prima persona: come il Tenente Marks che, contravvenendo all’ordine di rientrare alla base, decise di ammarare con il suo idrovolante e, pur consapevole di danneggiare irreparabilmente il velivolo, fece salire quante più persone possibili sulle ali e sulla fusoliera, salvandone 56. O come il cacciatorpediniere USS Cecil Doyle, che arrivò per primo grazie all’autonoma iniziativa del suo comandante e, giunto in piena notte, si fermò accendendo i propri riflettori per non rischiare di investire i naufraghi e per dar loro una speranza, nonostante corresse il rischio di attirare l’attenzione del nemico. Ogni anno dal 1960, i superstiti si ritrovano ad Indianapolis, con amici e familiari, per commemorare quella terribile odissea e chi non ce l’ha fatta. Nel 2000, l’allora Presidente Bill Clinton firmò una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti, secondo cui il capitano Charles Butler McVay veniva “prosciolto dalle accuse per la perdita dell’Indianapolis”. Un gesto emblematico che rafforzò, se mai ce ne fosse stato bisogno, il senso di quello che divenne il motto dei reduci dell’USS Indianapolis: “Never give up”. Mai arrendersi.

Lidia Cascavilla

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