#arenaestiva: “Hereditary – Le radici del male”, un film di Ari Aster, la recensione

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Hereditary – Le radici del male (Hereditary, Usa, 2018) di Ari Aster con Toni Collette, Gabriel Byrne, Alex Wolff, Milly Shapiro, Ann Dowd, Mallory Bechtel

Sceneggiatura di Ari Aster

Horror, 2h 06′, Lucky Red/Key Films, in uscita il 25 luglio 2018

Voto: 5 su 10

C’è un incolmabile scarto tra la forma e il contenuto che compongono il film d’esordio del newyorkese Ari Aster, classe 1987 ma già conscio del proprio bagaglio cinematografico, tanto da realizzare con Hereditary un successo per certi versi inaspettato che, a fronte di un budget indipendente di soli 7 milioni di dollari, in patria ha già decuplicato i propri profitti. Ma il riscontro positivo per Aster non si esaurisce solo in termini economici, dato che il film ha riscosso consensi pressoché unanimi da parte della critica, che non ha tardato a chiamare in causa modelli inavvicinabili del genere satanico come Rosemary’s Baby e L’esorcista. A ben vedere, però, l’opera prima del giovane regista ha poco da spartire con questi classici del genere, evidentemente emulati, se non una matrice di superficie che possa chiamare in causa temi quali spiritismo e possessioni demoniache. Soprattutto, guardando Hereditary, sorge spontaneo riflettere se sia ancora il caso di affrontare certe storie con uno stile spiccatamente autoriale ma senza il minimo sforzo di rielaborazione scrittoria, alla luce di un passato anche recente che ha provato a scostarsi dal seminato più tradizionale (si pensi agli esempi di It follows e The Witch).

hereditary-radici-male_locandinaFin dalle prime immagini, infatti, Aster mette in chiaro quanto l’estetica ricercata e gli effetti claustrofobici delle miniature realizzate dalla protagonista Annie – interpretata da un’attrice di valore come Toni Collette – che si riflettono negli scenari di vita autentici dei personaggi, siano elementi perturbanti indispensabili alla costruzione di un’atmosfera effettivamente malsana e opprimente, che ci porta a stabilire un medium tra il racconto e la manipolazione esterna dello stesso e, in senso più generale, della vita. Allo stesso tempo, però, questo sfoggio di forma non trova un contraltare degno in una sceneggiatura, invero, di rara ingenuità. Assistiamo, così, al disfacimento di una famiglia americana sui generis, a seguito della morte dell’anziana madre di lei: infausto il lascito ereditario su figlia, genero e nipoti, che si vedranno catapultati in un vortice persecutorio fatto di accuse reciproche, occhiatacce, segni premonitori e poltergeist casalinghi. Che sia tutto un delirio depressivo della povera Anne?

La trama di Hereditary è quanto di più scontato e semplicistico un horror di ultima generazione abbia da offrire, e non sarebbe neppure un male irrecuperabile se il film non avesse la seriosità e le ambizioni che, al contrario, mette in campo senza tema di apparire supponente. Purtroppo la fatale mancanza di originalità, i passi falsi di scrittura e i momenti di ridicolo involontario si sprecano, fino ad arrivare a un gran finale in cui il senso della misura va completamente in rovina per ribadire una verità ampiamente prevedibile. Imperdonabile l’entrata in scena dell’amica del centro di recupero, interpretata da Anne Dowd, un fastidioso grumo di banalità a discapito di ogni suspense, così come si disperde il potenziale ansiogeno dato dalle sinistre location man mano che la storia prosegue in maniera sempre più loffia.

In tanta deludente concitazione, un’attrice solitamente intensa e controllata come Toni Collette si ritrova a gigioneggiare fastidiosamente, nella preoccupazione di dover dare spessore drammatico al film attraverso le smanie autodistruttive del suo personaggio. Ma è solo un ulteriore elemento di goffaggine in un film povero e sconclusionato, che spreca malamente dell’ottimo potenziale. Come dice ad un certo punto l’imbolsito Gabriel Byrne: “Cosa può esserci di peggio?”, presto detto: un sequel.

Giuseppe D’Errico

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