“Amour”, soffocare d’amore

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Amour (id, Francia, 2012) di Michael Haneke con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramon Agirre, Rita Blanco.

Sceneggiatura: Michael Haneke 

Drammatico, 2h 07′, Teodora Film, Les Films du Losange, Wega Film, X-Filme Creative Pool

Voto 8½ su 10

Riconoscere le diverse sfumature di quel respiro. Ancorarvisi, anche se l’anelito si fa più flebile. Finire per precipitare in un afflato comune. In un verbo: amare. E il film di Michael Haneke, vincitore all’ultimo Festival di Cannes, non poteva chiamarsi che così, semplicemente, Amour.

Amore nel senso di completo dono di sé all’altra persona. Quelle abitudini di una vita che, chi ama, continua a rivolgere nei confronti di un’anima pronta a separarsi dal suo involucro di carne. L’insieme di quei gesti quotidiani che nemmeno il dolore più forte riesce a impedire. È con questa naturalezza viscerale che Georges (Jean-Louis Trintignant) affronta l’ictus che ha colpito la moglie Anne (Emmanuelle Riva).

La regia “invasiva” costringe lo spettatore, voyeur forzato, ad assistere alla ritualità di un sentimento che oggi rappresenta un tabù: quello tra due anziani. I primi piani non indugiano sul grigiore di una pelle che custodisce muscoli ormai irrigiditi da un male irreversibile, ma che nelle mani dell’altro acquistano una potenza sublime. Quelle stesse rughe, prima mostrate come solchi di una memoria pronta a riaccendersi ad ogni cambio di espressione, piano piano si fissano, conducendo verso una smorfia dallo sguardo vuoto.

Il pubblico rimane per due ore legato insieme al protagonista su quella poltrona color ocra, immobile, obbligato a guardare gli occhi della malattia. Sono i movimenti della sedia a rotelle a guidarci, attraverso androni, ingressi e corridoi ricolmi di oggetti domestici già “morti”, verso la stanza-cassaforte della sofferenza. Una camera dove porte e finestre servono a blindare un dolore da custodire e da proteggere da un fuori che non riesce a comprendere. L’esterno, rappresentato sopratutto dall’unica figlia Eva (Isabelle Huppert), si limita a irrompere cercando di riempire con frasi vuote le proprie colpe.

Una violenza sulla violenza scavata da lacrime versate su una parola che esce a fatica. Un linguaggio, quello dell’amore, estraneo a chi tenta di riconoscerlo solo nei vocaboli e non nel senso che li oltrepassa. Così, marito e moglie patiscono insieme, con uguale intensità, specularmente nella testa e nel corpo. Solo il duplice esiziale sospiro di Eros e Thanatos giungerà a liberarli.

Silvia Tomaselli

One Response to “Amour”, soffocare d’amore

  1. gio scrive:

    con una recensione cosi va sicuramente visto

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