“Amore e resti umani”, la natura ambigua di uno spettacolo magistrale

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Società per Attori e Barbaros presentano
AMORE E RESTI UMANI
di Brad Fraser
traduzione di Cosimo Lorenzo Pancini
regia Giacomo Bisordi
con
Giuseppe Sartori – David
Valentina Bartolo – Candy
Dimitri Galli Rohl – Bernie
Cristina Mugnaini – Jerri
Cristina Poccardi – Benita
Francesco Sferrazza Papa – Kane
Marco Brinzi – Robert

scene Paola Castrignanò
luci Marco D’Amelio
musiche originali Mirko Fabbreschi
foto di scena Tommaso Le Pera
regista assistente Fausto Cabra
costruzioni Claudio Petrucci
grafca e comunicazione Studio KMZero
ritratti e locandina Marco Montanari
assistente allo shooting Cecilia Santoni
cane tripode Bettina J.Morgan
produttore esecutvo Cristina Poccardi

In scena al Teatro Cometa Off di Roma fino all’8 dicembre 2014

Voto: 10 su 10

La genesi creativa di Amore e resti umani di Brad Fraser è una piccola storia dietro alla storia: è il 1984, l’autore canadese vorrebbe gettare l’attività letteraria alle ortiche dopo una commedia fallimentare (Wolfboy, con Keanu Reeves) e la rottura con un fidanzato psicopatico. Poi, scrive e dirige Chainsaw Love, black comedy ispirata forse all’horror cult di Tobe Hooper, che gli regala una nuova speranza. Elabora, quindi, un nuovo progetto su un gruppo di trentenni disfatti e disperati, alla costante ricerca di un’appagamento sentimentale, ma manca l’idea. Il caso volle che venisse ritrovato il cadavere di una donna stuprata e mutilata proprio nei pressi della tenda da campeggio piantata da Fraser e un amico durante un’escursione. Nasce così Resti umani non identificati e la vera natura dell’amore, un successo di pubblico e critica nel 1989 tanto che, dal Canada, approda negli Stati Uniti (Time lo consacra come uno dei dieci migliori testi del 1992) e poi in tutto il mondo (in Italia è del Teatro dell’Elfo, con la regia di Bruni e De Capitani).

Diventa un film di Denys Arcand nel 1993 (La natura ambigua dell’amore, sceneggiato dallo stesso Fraser), che contribuisce a sedimentare la commedia nell’alveo del fenomeno di costume e generazionale, fino alla stesura del 2006, epurata degli elementi datati e ri-titolata Amore e resti umani. Proprio questa versione del testo, inedita in Italia, è alla base della traduzione di Cosimo Lorenzo Pancini, realizzata per questa magistrale produzione del Teatro Bàrbaros diretta da Giacomo Bisordi, classe 1985 ma già di consumato mestiere.

ARU_flyer5311Commedia sentimentale, dramma corale di psicologie al limite, thriller sadico a tinte fosche, grottesco della solitudine privata, Amore e resti umani è una ronde di umori fisici e di esplosioni istintive che si impastano al substrato consumistico dell’era contemporanea; homo homini lupus, ogni personaggio è il suo stesso nemico, e ha in sé un vuoto che non riesce a colmare, se non con altro vuoto: David è gay, con un passato d’attore in una sit-com e un presente da cameriere e scopatore incallito, Candy è la sua coinquilina, insicura sulla propria identità sessuale e divisa tra le avances di Jerry, una ragazza conosciuta in palestra, e le attenzioni di Robert, un barista playboy; ci sono poi Bernie, il tormentato amico d’infanzia (e forse anche altro) di David, Kane, un ragazzo che di David è inconsapevolmente infatuato, e Benita, una prostituta veggente che intrattiene spettacoli erotici on line. Sullo sfondo c’è la città, e un serial killer di giovani donne.

Una trama fitta e molto complessa, che scava e si macera nella sofferenza di corpi che hanno deciso di vivere il lato selvaggio della vita, costruita secondo un processo di piani temporali sovrapposti, ma tutti straordinariamente legati nel medesimo spazio scenico. Su un palco di lerciume assoluto restituito ad arte, si consuma una delle regie teatrali più febbrili, concitate, precise e coinvolgenti cui ci sia stato mai dato di assistere. Bisordi non tradisce la bellezza di un testo scritto meravigliosamente, lo analizza per gradi, lo deframmenta per poi riunirlo in un vortice coreografato dove ogni episodio entra in contatto col prossimo, senza per questo violarlo della sua unicità. Questo teatro è vivo di verità, ansima di pulsioni umane, non si perde in sterili artifici, si lancia a una visione di rara potenza che sfiora la barriera cinematografica. E sono eccezionali tutti gli interpreti, volani di una recitazione ricercata ed emozionante. Lunga vita a questa sensibilità artistica, largo a questi giovani che lavorano alla grandissima e che meriterebbero i più importanti cartelloni nazionali.

Giuseppe D’Errico

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