“Amleto” di William Shakespeare, uno spettacolo di e con Daniele Pecci, la recensione

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AMLETO
di William Shakespeare

Compagnia Molière

con Maddalena Crippa, Daniele Pecci, Rosario Coppolino

e con Giuseppe Antignati, Sergio Basile, Mario Pietramala, Marco Imparato, Vito Favata, Maurizio Di Carmine, Mariachiara Di Mitri, Pierpaolo de Mejo, Domenico Macrì, Andrea Avanzi, Mauro Rancanati

costumi Maurizio Millenotti

regia Daniele Pecci

Andato in scena al Teatro Duse di Bologna

Voto: 5 su 10

Il grande dilemma che ha portato in scena Daniele Pecci con la sua regia e interpretazione di Amleto,  al Teatro Duse di Bologna, non è tanto il famigerato “Essere o non essere” quanto il domandarsi se stravolgere un grande classico abbia veramente senso. Quali sono i motivi per cui si sceglie un testo che ha solcato centinaia di secoli fino ad arrivare ai nostri giorni per la sua forza, la sua potenza espressiva, la musicalità delle parole e snaturarlo? Rendere lo spettacolo più fruibile a un pubblico moderno e più variegato è una risposta plausibile? Non fare l’ennesima versione scespiriana in costumi d’epoca, cercare di trovare una chiave originale è un intento più che legittimo per un regista e per gli attori, ma davanti ai grandi classici una sana sacralità, a mio avviso, andrebbe rispettata.

La chiave interpretativa del dramma, proposta Daniele Pecci, discosta molto dall’originale e, seppure alcune chiavi siano interessanti, nel complesso troviamo che la forza dei personaggi e delle parole del Bardo sia qui venuta meno, riconsegnando al pubblico un Amleto meno convincente.

La prima differenza che balza subito agli occhi è quella temporale: si nota subito che l’ambientazione non è la corte cinquecentesca della Danimarca. La scenografia contemporanea, con grandi pannelli dorati posti tutti intorno alla scena e i costumi anni 30 proiettano il dramma in una dimensione più attuale, più vicina ai nostri giorni, dando all’opera un taglio esistenzialista. Questa trasposizione è stata un’idea originale, che ha anche permesso di mettere su un piano diverso il protagonista rispetto agli altri personaggi. Infatti, mentre tutti indossavano i propri abiti sontuosi e raffinati, dentro i quali si cela un ruolo al quale prestare fede fatto, molto spesso, menzogne e i sotterfugi, Amleto veste i panni del contestatore, scegliendo di essere completamente se stesso, cosa che si denota anche dal suo abbigliamento, il più casual e attuale di tutti con la sua t-shirt e pantaloni neri.

Il gioco della “finzione”, dell’essere qualcosa di diverso da ciò che si è, è reso abbastanza bene: ogni personaggio interpreta il ruolo che deve svolgere, non solo nel dramma, ma nel suo essere nel contesto in cui vive: così la mamma che cela il suo dolore per il bene del popolo, lo zio che tiene il segreto del suo omicidio e si finge afflitto per la morte del fratello, gli amici di Amleto che si fingono preoccupati per capire cosa vuole fare. Solo il protagonista e Ofelia manterranno la loro integrità morale: il primo portando avanti la sua sete di vendetta la seconda pagando con la follia la propria innocenza.

Ciò che lascia più perplessi, a nostro avviso, è la scelta del linguaggio. La rivisitazione del testo e la sua trasposizione verso un linguaggio più semplice, magari sì più comprensibile, infarcito di battute che strappano un sorriso è capace sicuramente di strizzare l’occhio a un pubblico più vasto, intento principale dell’attore romano, ma ha tolto al testo tutta la forza, il pathos, e la musicalità dell’originale. Io credo che non si possa fare un’operazione di linguaggio così semplicistica su un testo in cui le parole sono poste una vicino all’altra in maniera chirurgica, con una profonda analisi del suono e del senso.

Per quanto riguarda le interpretazioni, quella di Daniele Pecci è stata una buona prova, ha reso bene la sua idea di Amleto. Meno convincente l’Ofelia di Mariachiara Di Mitri: alla sua interpretazione accademica è mancato il guizzo della follia restituendo un’Ofelia rassegnata ai soprusi e non decisa a combattere con la propria pazzia il suo essere schiacciata tra i doveri imposti dal padre e un amore che credeva erroneamente sincero; intensa e convincente Maddalena Crippa nei panni della madre Gertrude, un personaggio ambiguo incastrato nel suo ruolo istituzionale, incarnazione dell’etichetta di corte, che non lascia spazio a sentimenti, emozioni e passioni ma è vittima di un codice prestabilito.

Amelia Di Pietro

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