“Alì ha gli occhi azzurri”, alla ricerca di un’identità perduta

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Alì ha gli occhi azzurri (id, Italia, 2012) di Claudio Giovannesi con Nader Sarhan, Stefano Ribatti, Brigitte Abruzzesi, Marian Valenti Adrian, Yamina Racemi.

Sceneggiatura di Claudio Giovannesi e Filippo Gravino, ispirato alla raccolta di racconti “Alì dagli occhi azzurri” di Pier Paolo Pasolini (ed. Garzanti).

Drammatico, 1h 39’, Rai Cinema/BiM Distribuzione, in uscita il 15 novembre 2012.

Festival Internazionale del Film di Roma2012, In Concorso

Voto: 7 su 10

Da Fratelli d’Italia, il documentario che Claudio Giovannesi presentò al Festival di Roma nel 2009, ad Alì ha gli occhi azzurri il passo è breve se non inesistente; da quel primo lavoro, il racconto di tre storie di adolescenti non italiani che frequentavano la stessa scuola, infatti, il giovane regista romano riprende il personaggio di Nader, troppo interessante e complesso per essere concluso in poco più di mezz’ora di narrato.

Figura emblematica di una nuova generazione di figli del melting pot socioculturale degli ultimi tempi, Nader è un sedicenne egiziano nato a Roma e nervosamente diviso tra costumi musulmani, vissuti come una ristrettezza insopportabile, e italiani, interpretati in maniera molto più superficialmente liberale. Quando la famiglia si oppone alla sua storia d’amore con una ragazza italiana e non islamica, Nader scappa di casa e, in una settimana, vivrà freddo, disperazione e solitudine, alla ricerca di una propria identità.

Prendendo a prestito una straordinaria riflessione pasoliniana (Profezia, 1962-64), il film di Giovannesi arriva sullo schermo con tutta l’urgenza storica che la vicenda impone; giorno dopo giorno, ora dopo ora, assistiamo al vagabondaggio di un ragazzo vittima dell’integrazione, in guerra con sé stesso e le proprie culture ma irriducibile nei suoi valori morali assoluti.

L’amore senza limiti e il senso dell’amicizia che diventa fratellanza sono solo due dei pilastri apparentemente incrollabili nell’animo del ragazzo, fustigato da una condizione sociale evidentemente sofferta e dall’omologazione al degrado che lo circonda.

In una Ostia di spaventosa aridità (merito anche della fotografia plumbea di Daniele Ciprì), Giovannesi fa agire il suo eroe tra criminalità, aspirazioni e illusioni, senza tuttavia risolvere il groviglio multiculturale che lo anima: le pressioni sono enormi e il risultato finale ne risente, come incapace non tanto di suggerire una speranza per Nader, quanto di completare il quadro tristemente amaro di un’identità perduta nello scontro tra razze.

Resta, in ogni caso, un film importante e necessario, rigoroso nella messa in scena e pregevole per la prova collettiva del cast di non professionisti, auto-rappresentatisi in una storia che continuerà a ripetersi.

Giuseppe D’Errico

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