“Alabama Monroe”, amore disperato e struggente, da non perdere

Broken-Circle-Breakdown

Alabama Monroe – Una storia d’amore (The Broken Circle Breakdown, Belgio, 2013) di Felix Van Groeningen, con Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg, Nils De Caster, Robbie Cleiren, Bert Huysentruyt, Jan Bijvoet, Blanka Heirman 

Sceneggiatura di Carl Joos, Felix Van Groeningen, dalla pièce teatrale “The Broken Circle Breakdown” di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels

Drammatico, 1h 51′, Satine Film, in uscita l’8 maggio 2014

Voto: 8½ su 10

Splendido film, dolorosissimo, il più acerrimo rivale de La grande bellezza di Paolo Sorrentino nella corsa al titolo come miglior film straniero all’ultima edizione degli Oscar, Alabama Monroe è la storia d’amore, fino all’ultimo respiro, di due sognatori costretti a scontrarsi con il dolore più grande. 21001711_20130426125343183Tra Didier (Heldenbergh) ed Elise (Baetens) è passione travolgente al primo sguardo: lui è un cantante bluegrass, sogna gli States e vive come un cowboy nell’arida campagna attorno a Gand, lei è una tatuatrice dalla pelle illustrata e dalla vitalità trascinante. Diversissimi eppure indivisibili, i due si innamorano, e l’unione è suggellata dalla nascita della figlia Maybelle (in onore di Maybelle Carter, la grande cantante country madre di June Cash). Quando un male incurabile si impossessa della piccola, Didier ed Elise soccomberanno sotto il peso della sofferenza.

Non è un lacrimevole cancer movie, non c’è accanimento sul calvario della bimba. È una straziante storia d’amore tra anime in delirio che non si capiscono più – tratta dal testo teatrale di Mieke Dobbels e dello stesso Johan Heldenbergh – decostruita in un’alternanza infallibile tra gli smarrimenti sentimentali del passato e le angosce disperate del presente, con le bellissime canzoni bluegrass a narrarcela come fosse una ballata. Non è nuova la composizione drammaturgica (ha fatto scuola Due per la strada di Stanley Donen, ed è recente Blue Valentine di Derek Cianfrance), né è infrequente al cinema la malattia e l’elaborazione del lutto infantile, ma non si può discutere la capacità del regista trentasettenne Felix Van Groeningen di creare un racconto memorabile per intensità e tenuta narrativa. I quesiti che vengono sollevati, universali e mai banali, sono quelli che inesorabilmente un genitore alle prese con un evento inaccettabile e innaturale come la morte di un figlio deve affrontare, la fede e il cinismo, la collera e l’impossibile accettazione. Interpretazioni struggenti, un grandissimo lavoro di montaggio, un finale devastante e indimenticabile. Nella settimana della Festa del Cinema (biglietti ridotti a tre euro fino al 15 maggio), un film duro, assolutamente da non perdere.

Giuseppe D’Errico

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