“Goltzius and the Pelican Company”, la sostenibile pesantezza del solito Greenaway

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Goltzius and the Pelican Company (id, Olanda/GB, 2012) di Peter Greenaway con F. Murray Abraham, Ramsey Nasr, Giulio Berruti, Flavio Parenti, Kate Moran, Pippo Delbono, Lars Eidinger, Anna Louise Hassing, Halina Reijn, Vincent Riotta, Francesco De Vito, Maaike Neuville, Lisette Malidor, Stefano Scherini.

Sceneggiatura di Peter Greenaway

Biografico/storico/commedia, 2h08’, Kasander Film Company, Mp Film.

Festival Internazionale del Film di Roma 2012, CineMaXXI.

Voto: 6½ su 10

Nuovo tassello nella personale enciclopedia dell’uomo e del cosmo per il regista de Lo zoo di Venere e Il ventre dell’architetto, che torna a un’opera per il cinema a cinque anni da Nightwatching, film incentrato sulla figura di Rembrandt e rimasto colpevolmente inedito in Italia, che insieme a Goltzius forma i primi due capitoli di una ipotetica trilogia da completarsi con un ultimo lavoro su Hieronymus Bosch.

Questa volta Greenaway, l’autore delle ossessioni, delle chimere e dei numeri, degli elenchi e delle copie, dell’esasperata ricerca estetica e meta-testuale, porta in scena i paradossi tra sesso e religione, in un corto circuito tra arte, spettacolo e reale quanto mai vertiginoso.

Nella Francia del tardo Cinquecento, il tipografo olandese Hendrik Goltzius (Ramsey Nasr) convince il Margravio di Alsazia (F. Murray Abraham) a finanziargli una collana di libri illustrati, uno dei quali, in particolare, racchiuderà le illustrazioni di alcuni celebri racconti erotici contenuti nell’Antico Testamento: Adamo ed Eva e il peccato originale, Lot e le sue figlie, Davide e Betsabea, Sansone e Dalila, Salomé e Giovanni il Battista. In cambio, egli promette di mettere in scena ogni episodio con la sua compagnia teatrale del Pellicano. Inevitabilmente, rappresentazione e realtà si confondono, uno degli attori, Boethius (Giulio Berruti), ribellatosi all’ipocrisia delle Scritture, verrà imprigionato come eretico e per Goltzius e la sua brigata diventerà impossibile evitare la tragedia.

Il regista britannico non è nuovo a simili imbastimenti scenici: non c’è istante in cui lo schermo non sia saturo di elementi e traboccante di effetti, in una commistione talora geniale, molto spesso stucchevole, di arte pittorica, architettonica, videoelettronica e filmica. Onnipresente il riflesso dell’acqua come elemento di morte, continue le sovrimpressioni di numeri e lettere, di grafie e disegni, quasi una sorta di cine-enigmistica tesa a catalogare ogni più intimo aspetto dello scorrere della vita umana.

La voracità con cui Greenaway utilizza e mostra corpi nudi, stavolta lascivi e sensuali, è direttamente proporzionale alla capziosità con cui suggerisce le peccaminose antinomie delle Sacre Scritture, portando alle estreme conseguenze le riflessioni tra testo, ipertesto e immagine che da sempre ne arrovellano l’estro creativo.

Come ne I misteri del giardino di Compton House, anche in Goltzius si indaga il ruolo dell’artista nella società, la sua acquistabilità e, di contro, l’umiliazione del committente che si ritrova vittima delle sue mire e dei suoi bestiali istinti; come in The baby of Mâcon, anche in Goltzius i piani narrativi si confondono fino a diventare speculari e interscambiabili l’uno con l’altro, con conseguenze sanguinose.

C’è tuttavia anche una strana e inattesa leggerezza d’insieme (complice una recitazione coraggiosamente sopra le righe), una felice disamina erotica che abbandona la clinicità e la freddezza pregressa in onore di una narrazione plurima e di grande spessore sul sesso e l’arte in ogni sua forma.

Forse, più che di leggerezza, sarebbe più corretto parlare di sostenibile pesantezza, giacché lo stile messo in campo, dai tempi de L’ultima tempesta (o meglio, sin dal Dante tv), non ha più conosciuto rinnovamenti, i chiodi fissi del regista continuano a riproporsi e, in fin dei conti, trattasi del solito, immaginifico, straripante, supponente e pur sempre travolgente Peter Greenaway.

Giuseppe D’Errico

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