“2:22 – Il destino è già scritto”, un film di Paul Currie, la recensione

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2:22 – Il destino è già scritto (2:22, Australia/Usa, 2017) di Paul Currie con Michiel Huisman, Teresa Palmer, Sam Reid, Duncan Ragg, Remy Hii, Maeve Dermody, Simone Kessell, Kerry Armstrong

Sceneggiatura di Todd Stein, Nathan Parker

Fantasy, 1h 39’, Notorious Pictures, in uscita il 29 giugno 2017

Voto: 6 su 10

Il protagonista di 2:22 – Il destino è già scritto è il bellissimo attore olandese Michiel Huisman, lo stesso che due anni fa fece capitolare milioni di spettatrici che lo ammirarono nel melenso Adaline – L’eterna giovinezza e che continuano a bramarne le doti, nel ruolo di Daario Naharis, nella serie tv cult Il trono di spade. I territori di genere in cui il film si pone sono quelli della fiaba sentimentale con pesanti commistioni di thriller soprannaturale, una mescolanza sempre più in voga negli ultimi anni.

53806Huisman interpreta Dylan, controllore di voli all’aeroporto JFK di New York, che per poco non causa lo scontro tra due aerei in seguito a una strana turbolenza. Messo in congedo disciplinare, l’uomo si rende conto che le sue giornate sono scandite dal ripetersi puntuale di piccoli eventi , apparentemente casuali ma effettivamente ordinati e identici ogni giorno alla stessa ora, che culminano sempre alla Grand Central Station alle 2:22. In questo schema replicabile all’infinito si inserisce Sarah (Palmer) una gallerista scampata al possibile disastro aereo, di cui Dylan si innamora ricambiato: anche lei fa parte di un disegno del destino ben preciso, che risale a un assassinio commesso oltre trent’anni prima proprio alla stazione dei treni…

L’opera prima di Paul Currie, produttore australiano che ha rincorso questo progetto per anni, obbedisce a una formula ultra romantica con quel pizzico di tensione tale da non atterrire l’attenzione del pubblico dopo i primi minuti di atmosfere newyorkesi paradisiache e musiche ruffiane. Vietato fare le pulci all’assurda sceneggiatura di Todd Stein e Nathan Parker (Moon): il film non ha particolari pretese, è patinato e spudorato a sufficienza nella sua illogicità per intrattenere e, per i meglio predisposti, regala anche qualche suggestione d’ambiente. Nulla che si farà ricordare per i posteri, ma per un’uscita di fine giugno è più che accettabile.

Giuseppe D’Errico

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